4 Gennaio 2021

Cementificazione, Consulta: tutela aree verdi viene prima degli interessi privati

La Corte costituzionale ha dichiarato legittima la legge con cui nel 2018 la Regione Lazio ha deciso l’ampliamento del 36% del Parco dell’Appia Antica. Su quell’area doveva sorgere un maxi-insediamento da un milione di metri cubi

di Emanuele Isonio

 

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Il 2021 inizia con una buona notizia per chi crede nelle aree protette come strumento per tutelare il territorio contro i rischi di speculazione e cementificazione. La Corte costituzionale con una sentenza emessa pochi giorni prima di Natale ha, di fatto, sancito la supremazia del bene comune ambientale rispetto agli interessi economici individuali.

Uno stop definitivo al controverso progetto Marino 2

La vicenda, in particolare, riguarda il Parco Regionale dell’Appia Antica: un’area naturale protetta di oltre 4500 ettari, creata più di 20 anni fa dalla Regione Lazio ma soprattutto il parco urbano più grande d’Europa, che parte a ridosso del centro storico di Roma e si spinge fino ai comuni di Ciampino e Marino. Tutto inizia due anni fa. A ottobre 2018 la Regione Lazio ha approvato un ampliamento del territorio protetto: 1213 ettari in più, pari al 36% in più di territorio protetto.

L'area protetta dal Parco Regionale dell'Appia Antica, completo dell'ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

L’area protetta dal Parco Regionale dell’Appia Antica, completo dell’ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

La scelta era stata fatta per fermare un controverso programma edilizio già approvato dal comune di Marino e dalla Regione stessa negli anni precedenti (era il 2011): dietro quel progetto c’era Luca Parnasi. L’immobiliarista romano proprio su quell’area voleva costruire un nuovo imponente insediamento urbano. Il suo nome? Marino 2. Oltre un milione di metri cubi di cemento sulla campagna romana che avrebbero ospitato circa 15mila abitanti. Un tipico esempio di cementificazione realizzata, per di più, in un’area di grande pregio naturalistico e archeologico. La legge regionale aveva però fatto saltare quel progetto. Proprio appellandosi ad essa, la Regione Lazio e il Comune di Marino hanno infatti archiviato il procedimento di valutazione di impatto ambientale del progetto e negato il permesso di costruire. Le ditte costruttrici erano quindi ricorsi al Tar che, a sua volta, ha coinvolto la Consulta.

La Consulta: i vincoli paesaggistici prevalgono sugli strumenti urbanistici

La Corte costituzionale però con la sentenza n. 276 (redattrice, il giudice Daria de Pretis) ha dichiarato infondati i dubbi del Tar Lazio sull’articolo 7 della legge regionale n. 7/2018. Ha quindi respinto la tesi dei giudici amministrativi secondo cui un’area avente pregio ambientale non potrebbe essere tutelata qualora sia interessata da un progetto edificatorio previsto in uno strumento urbanistico attuativo già approvato. “In questo modo – spiegano i giudici della Consulta in una nota – si finisce per attribuire alla pianificazione urbanistica un valore preclusivo del pieno dispiegarsi della tutela ambientale mentre ciò contraddice la funzione stessa dei vincoli preordinati a questa finalità”.

La sentenza ha quindi ricordato i precedenti costituzionali in tema di limiti al diritto di proprietà e ha ribadito che i vincoli finalizzati alla tutela ambientale non hanno carattere espropriativo e non ricadono perciò nell’ambito di applicazione del terzo comma dell’articolo 42 della Costituzione (quello secondo cui “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”). “Si tratta infatti di limitazioni che ineriscono intrinsecamente al bene – precisa la Consulta – in ragione di caratteri suoi propri e vanno pertanto ricondotte a quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 42 (che permette di limitare la proprietà privata per assicurarne la funzione sociale). “E questo – aggiunge la nota – vale anche nel caso in cui il vincolo investa beni compresi in uno strumento urbanistico attuativo”.

Un tratto della "regina viarum" all'interno del Parco Regionale dell'Appia Antica.

Un tratto della “regina viarum” all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica.

Mario Tozzi: la Consulta permette di realizzare il sogno di Antonio Cederna

Entusiasta per la sentenza il presidente del Parco dell’Appia Antica, Mario Tozzi.

“Con questa sentenza – sottolinea il geologo e divulgatore scientifico, contattato da Re Soil Foundation – abbiamo la certezza che uno degli angoli più belli dell‘Agro romano non sarà più devastato dall’edilizia, dall’inquinamento, da attività economiche e produttive dannose per l’ambiente. E tutto questo grazie ad un parco “naturalistico” voluto e amato dai cittadini.

La Corte Costituzionale non solo afferma la legittimità dell’ampliamento fisico del territorio del parco dell’Appia Antica. Sottolinea anche l’importanza nell’attività di tutela del parco regionale. Riconosce il lavoro di tanti che si sono impegnati per la tutela ambientale dell’Appia, in senso lato, e non strettamente dal punto di vista naturalistico. Il Parco di oggi è finalmente quello immaginato da Antonio Cederna e previsto dalla legge istitutiva regionale del 1988. È un punto di riferimento per cittadini e turisti.

Per realizzare quello che è oggi, si è cominciato nel primo decennio del 2000 (inserimento Tenuta Toramarancia del 2002 e proposta ampliamento Bonelli del 2005). Parte da lì la sfida lanciata per riconnettere aree ad alto valore ambientale e culturale oggi separate, creando un sistema di continuità territoriale e ambientale verso il centro storico di Roma e verso i Castelli Romani. Ci sono voluti anni perché questa sfida venisse raccolta dai due giovani e battaglieri consiglieri regionali, Marta Bonafoni e Marco Cacciatore, che con la loro proposta di legge di ampliamento hanno portato tutto il Consiglio Regionale ad emanarla nel 2018″.

L’importanza delle aree protette

“Chi si occupa di paesaggio dice che quella degli scorsi giorni è una sentenza storica, uno straordinario precedente” aggiunge la consigliera regionale Marta Bonafoni. “Con quella norma – spiega – ci eravamo presi una bella responsabilità e il timore di essere smentiti dalla Consulta era tanto. La sentenza n.276 riconosce invece la bontà del nostro emendamento e fa anche di più. Scrive che la tutela ambientale e paesaggistica del bene è sovraordinata a qualsivoglia interesse privato”.

Al di là del caso particolare, la sentenza della Corte costituzionale è una indiretta conferma dell’importanza del ramificato sistema delle aree protette costruito in Italia. Ad oggi poco meno del 20% del territorio nazionale è tutelato grazie a parchi nazionali (24), parchi regionali (152), aree marine protette (30), riserve statali (147), riserve regionali (418). E ad essi si aggiungono altre 576 aree sottoposte a tutela. Strumenti utili a difendere il territorio italiano, garantire la salute del suolo, degli ecosistemi e della biodiversità: l’Italia è infatti il Paese europeo con la maggiore varietà di specie viventi, animali e vegetali, molte delle quali endemiche.