4 Febbraio 2021

Cemento, inquinatore globale. Una minaccia per clima e suolo

La produzione di cemento contribuisce a quasi un decimo delle emissioni globali di CO2. Nuovi sistemi produttivi sostenibili accendono (un po’) di speranza. Ma occorre anche proteggere il suolo

di Matteo Cavallito

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“Se l’industria del cemento fosse un Paese, sarebbe il terzo più grande emittente di CO2 del mondo dopo Cina e Stati Uniti”. Così la BBC, intervenendo in passato – ma il tema, ovviamente, resta valido tuttora – su una questione troppo spesso sottovalutata: l’enorme impatto climatico di un settore chiave dell’economia. Cemento, ovvero costruzioni. Motore di sviluppo ma anche fattore critico per la tenuta del Pianeta. Ad oggi la sua produzione genera l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica contro il 12% dell’agricoltura e il 2,5% dell’aviazione. Ma l’inquinamento non è tutto. Perché l’edificazione e lo sviluppo di strade e infrastrutture producono anche crescente impermeabilizzazione: una delle minacce più serie alla salute del suolo.

Il boom del cemento parla cinese

L’uso del cemento è diventato un fenomeno globale a partire dagli anni ’50. Da allora, rileva la BBC, la sua produzione è aumentata di 30 volte grazie anche a un’ulteriore accelerazione registrata negli ultimi 30 anni. A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, infatti, Cina e India hanno dato un impulso clamoroso al settore facendo quadruplicare la produzione complessiva. Tra il 2011 e il 2013 la Cina ha consumato 6,6 miliardi di tonnellate di cemento contro le 4,5 utilizzate dagli Stati Uniti in tutto il XX secolo.
Statistic: Major countries in worldwide cement production from 2015 to 2019 (in million metric tons) | Statista
Fonte: Statista

L’efficienza energetica non basta

Secondo il Royal Institute of International Affairs di Londra, o Chatham House – ricorda ancora la BBC – la produzione globale di cemento libera nell’atmosfera 2,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Nel tempo le emissioni medie per unità di prodotto sono diminuite grazie al perseguimento di una maggiore efficienza energetica da parte delle imprese. Ma il processo di creazione della materia, nella sostanza, non è mai stato radicalmente modificato rispetto alle sue caratteristiche originali brevettate nell’Ottocento. L’estrazione delle materie prime dalle cave, l’impiego di forni ad alte temperature e la creazione del clinker, elemento chiave per il cemento, continuano ad avere un impatto enorme in termini di emissioni gassose.

L’alternativa “bio”

Sempre secondo Chatham House, per soddisfare i requisiti dell’Accordo di Parigi sul clima il settore del cemento dovrebbe garantire un calo della CO2 prodotta non inferiore al 16%. Negli ultimi anni alcuni studi si sono focalizzati su una nuova soluzione rappresentata dal cosiddetto biocemento. L’idea è quella di sfruttare l’azione dei microorganismi per produrre una compattazione della materia del tutto simile a quella che si verifica nel processo di formazione del corallo. L’operazione avviene a temperatura ambiente senza l’impiego di combustibili. I vantaggi per il clima, insomma, sono evidenti. Ma l’impatto del cemento sull’ambiente, è bene ricordarlo, non si manifesta, purtroppo, solo sul fronte delle emissioni.

Ridurre la cementificazione per tutelare il suolo

La cementificazione del territorio, infatti, è tuttora in espansione. Il terreno urbano, ricorda una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature, ospita oltre la metà della popolazione mondiale ed è responsabile del 70% delle emissioni di gas serra di origine umana nel Pianeta. Da qui al 2040, osserva ancora lo studio, non meno del 50% del suolo cittadino di nuova espansione interesserà i territori coltivati generando una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

È il fenomeno del soil sealing, l’impermeabilizzazione del terreno, che secondo le stime della FAO procede al ritmo di circa circa 10 chilometri quadrati all’ora. In questo contesto il suolo smette di svolgere la maggior parte dei suoi servizi ecosistemici sperimentando inoltre una ridotta capacità di cattura del carbonio e favorendo di conseguenza il cambiamento climatico. Proprio per questa ragione il recupero degli edifici dismessi e il ripristino degli spazi degradati diventano un’alternativa imprescindibile per rispondere alle esigenze di spazio per la popolazione senza compromettere la salute del suolo.