25 Settembre 2023

Terreni sterili, avremo presto piante più tolleranti al sale?

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L'università la Sapienza ha sviluppato uno studio per arrivare a piante più resistenti ad alte concentrazioni di sale nei suoli. FOTO: Unsplash.

Una ricerca dell’Università La Sapienza di Roma ha individuato il meccanismo molecolare che inibisce lo sviluppo delle radici immerse in terreni con elevata presenza di sale. Lo studio può portare a sviluppare piante in grado di sopravvivere e avere alta resa agricola anche se esposte a questo minerale

di Emanuele Isonio

 

Avere piante capaci di garantire adeguate rese agricole anche in presenza di terreni soggetti ad alte concentrazioni di sale. In futuro potrebbe non essere impossibile. Il primo tassello in tal senso è stato postodall’università La Sapienza di Roma. Un team di ricercatori del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’ateneo romano ha realizzato uno studio, pubblicato su Communications Biology. La loro ricerca ha permesso di individuare il meccanismo molecolare che inibisce la crescita della radice in terreni salinizzati.

L’effetto del sale sulle radici

Il fenomeno è sempre più frequente su molti terreni agricoli: il riscaldamento globale sta sconvolgendo le condizioni climatiche di molte aree del mondo. Come conseguenza le zone soggette a inaridimento del suolo o alluvioni sono in rapida crescita.

“Tali cambiamenti – spiegano i ricercatori de La Sapienza – causano un aumento della concentrazione salina nel suolo, rendendo molte aree finora coltivabili quasi completamente sterili”. L’aumento di sale nel suolo infatti inibisce la crescita delle piante, causando una notevole riduzione nelle produzioni agricole.

Il primo organo che viene a contatto con il sale presente nel suolo è la radice: da questa propagano segnali che generano molteplici anomalie nello sviluppo di tutta la pianta e che conducono alla morte. Proprio su questo punto si inserisce lo studio romano.

L’approccio della ricerca

Il gruppo si è servito di una pianta modello Arabidopsis thaliana, meglio conosciuta come Arabetta comune, per comprendere come le condizioni chimiche, fisiche e meccaniche del suolo interferiscano con lo sviluppo della radice alterando di conseguenza lo sviluppo della pianta in toto. “Questo studio – commenta Raffaele Dello Ioio, docente coordinatore della ricerca – è seminale per la produzione futura di piante resistenti ad alte concentrazioni saline. Difatti, è plausibile che rendendo le radici delle piante insensibili alla presenza di sale nel suolo queste potranno sopravvivere ed avere alta resa agricola anche se esposte a questo minerale”.

Almeno un quinto dei terreni mondiali sono salinizzati

Quello della salinizzazione dei terreni è un fenomeno sempre più endemico. A tal proposito, la FAO ha realizzato, un paio d’anni fa, la prima Mappa dei terreni salinizzati, presentata durante il Global Symposium on Salt-Affected Soils. La mappa aveva permesso di fissare un numero decisamente preoccupante: il fenomeno interesserebbe dal 20 al 50% di tutti i terreni agricoli del Pianeta, “costringendo oltre 1,5 miliardi di persone ad affrontare notevoli difficoltà nella produzione alimentare a causa del degrado del suolo”. Nel dettaglio i terreni salini e sodici rilevati come tali a una profondità compresa tra 30 centimetri e un metro si estendono per 833 milioni di ettari cui si affiancano i 424 milioni dove il fenomeno si manifesta solo o anche a livello superficiale.

Il monitoraggio svolto dalla FAO ha coinvolto 118 Paesi, coinvolgendo i cosiddetti Salt-affected soils (SAS), che includono i terreni salini e quelli sodici. I primi sono decisamente più diffusi rappresentando l’85% dei salt-affected superficiali e il 62% di quelli interessati a livello del sottosuolo. Una quota minoritaria dei terreni coinvolti dal fenomeno (5% in superficie, 14% sotto i 30 centimetri di profondità) soffre contemporaneamente di salinizzazione e sodificazione. Le aree più colpite si trovano in Asia, Africa e America Latina, soprattutto nei deserti e nelle steppe.