25 Gennaio 2024

Dall’agricoltura urbana un’eccessiva impronta di carbonio? Ecco come evitarlo

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L’agricoltura sviluppata negli spazi urbani può avere un impatto climatico sei volte superiore a quella tradizionale, spiega uno studio dell’Università del Michigan. Alcuni accorgimenti, tuttavia, permettono di risolvere il problema

di Matteo Cavallito

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I prodotti dell’agricoltura urbana hanno mediamente un’impronta di carbonio sei volte superiore a quella dei loro omologhi coltivati in modo convenzionale. Ma in determinate condizioni, applicando opportuni accorgimenti, il problema può essere risolto realizzando in colture caratterizzate addirittura da un impatto climatico inferiore nel confronto con i classici orti di campagna. Lo suggerisce una ricerca dell’Università del Michigan.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Cities, ha preso in esame tre diverse tipi di spazi destinati alle coltivazioni cittadine: fattorie urbane gestite professionalmente e focalizzate sulla produzione alimentare, orti individuali amministrati da singoli giardinieri e orti collettivi. Per ciascuno di questi siti, rileva una nota dell’università statunitense, i ricercatori hanno calcolato le emissioni di gas serra associate ai materiali e alle attività dell’azienda agricola nel suo periodo di vita.

L’impatto dell’agricoltura urbana è sei volte superiore

“L’agricoltura urbana è una strategia ampiamente proposta per rendere le città e i sistemi alimentari urbani più sostenibili“, rileva lo studio. “Ciò che mancava, finora, era una valutazione completa delle prestazioni ambientali delle coltivazioni di città rispetto a quelle convenzionali anche a fronte dei risultati contrastanti ottenuti dalle ricerche precedenti”. Per realizzare lo studio, il primo di questo genere condotto su vasta scala, gli autori hanno coinvolto agricoltori e giardinieri impegnati nella gestione di siti di agricoltura urbana in Francia, Germania, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti.

A questi ultimi è stato chiesto quindi di compilare registri giornalieri indicando tutti i fattori di produzione e i raccolti dei loro siti di coltivazione per tutta la stagione 2019.

I fattori di produzione, ricordano gli autori, rientrano in tre categorie principali: infrastrutture, forniture (tra cui compost, fertilizzanti,  diserbanti e benzina per i macchinari) e acqua per l’irrigazione. I dati, spiega la ricerca, “rivelano che l’impronta di carbonio degli alimenti provenienti dai siti urbani è sei volte superiore a quella dell’agricoltura convenzionale: 420 grammi di CO2 contro 70 per porzione di terreno esaminata”.

I Fattori critici

“La maggior parte dell’impatto climatico delle fattorie urbane è determinata dalle infrastrutture, vale a dire dai materiali utilizzati per la loro costruzione”, ha dichiarato Benjamin Goldstein, docente della School for Environment and Sustainability dell’Università del Michigan e co-autore dello studio.

“Queste aziende agricole operano in genere solo per pochi anni o un decennio, il che significa che la produzione dei materiali necessari alla loro costruzione non è efficiente dal punto di vista delle emissioni. Difficile, insomma, competere con l’agricoltura convenzionale che, invece, è molto performante da questo punto di vista”.

Inoltre, ricorda Goldstein, le aziende agricole convenzionali gestiscono spesso un’unica coltura con l’aiuto di pesticidi e fertilizzanti. In questo modo possono ottenere raccolti più abbondanti e un’impronta di carbonio ridotta rispetto alle imprese urbane.

Le soluzioni

La ricerca, però, ha fatto emergere qualche dato controcorrente. “Alcune colture realizzate in città, come i pomodori ad esempio, e alcuni siti, tra cui il 25% degli orti gestiti individualmente, hanno prestazioni superiori a quelle dell’agricoltura convenzionale”, spiegano gli autori.

“Queste eccezioni suggeriscono che i coltivatori urbani possono ridurre il loro impatto sul clima coltivando piante tipiche da serra o spesso soggette a trasporto aereo, conservando i siti di agricoltura urbana per molti anni e sfruttando la circolarità dei rifiuti“.

Due, secondo lo studio, le principali strategie per raggiungere questo obiettivo. In primo luogo occorre estendere la durata dei materiali e delle strutture. Inoltre è necessario utilizzare i rifiuti urbani come fattori produttivi: recuperando materiali usati, valorizzando i rifiuti organici attraverso il compostaggio e utilizzando l’acqua piovana e quella grigia recuperabile per l’irrigazione.