25 Febbraio 2022

Agricoltura e suolo a emissioni zero? Serviranno 100 miliardi di investimenti all’anno

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La società di consulenza statunitense McKinsey ha calcolato le implicazioni dell'obiettivo "Net Zero" per i principali settori produttivi, in termini di costi e posti di lavoro. Per rendere più efficienti le attività agricole e gli usi del suolo necessari ingenti risorse. Ma i risultati ripagheranno lo sforzo, anche per il numero di occupati

La società di consulenza statunitense McKinsey ha calcolato le implicazioni dell’obiettivo “Net Zero” per i principali settori produttivi, in termini di costi e posti di lavoro. Per rendere più efficienti le attività agricole e gli usi del suolo sono necessarie ingenti risorse. Ma i risultati ripagheranno lo sforzo, anche per il numero di occupati

di Emanuele Isonio

 

Indispensabile per il pianeta, necessaria per tutti i settori industriali che devono adeguarsi all’esigenza di ridurre il più possibile le proprie emissioni climalteranti. Ma il processo di transizione a un’economia “net-zero” entro metà secolo (obiettivo anche alla base del Green Deal Ue) richiede impegno e sforzi economici importanti. Ripagati, nel medio periodo, in termini di fatturato e posti di lavoro creati. Nessun segmento produttivo sfugge a questo ragionamento. Tantomeno agricoltura e le altre attività legate all’uso del suolo.

Agricoltura esposta sul fronte metano e protossido di azoto

La conferma è contenuta in un’analisi di McKinsey, una delle più note società di consulenza statunitense. Utilizzando come punto di partenza lo scenario “Net Zero 2050” sviluppato dal Network for Greening the Financial System (NGFS), ha studiato quali sarebbero le implicazioni della decarbonizzazione per ciascun comparto. Ognuno di essi è infatti esposto a una transizione verso lo “zero netto” di emissioni (ovvero la differenza tra emissioni prodotte ed emissioni compensate). Ma, come è probabilmente logico, alcuni sono più esposti di altri. E il livello di esposizione varia a seconda del gas serra considerato. Per la CO2, della maggior parte delle emissioni (79%) sono responsabili tre settori: energetico (30%), industria e fonti fossili (30%), mobilità (19%). Al quarto posto, con il 14%, si colloca poi la gestione forestale e gli altri usi del suolo. Ma per altri comparti, la situazione è ben diversa.

Le attività agricole ad esempio sono chiamate in causa soprattutto per le emissioni di metano (il 39% del totale) e per il protossido di azoto (79% del totale). Oltre alla fotografia delle emissioni – interessante ma ovviamente già nota – nel rapporto McKinsey si indicano le possibili strategie per tagliare il traguardo delle zero emissioni entro metà secolo.

Da quali settori produttivi provengono le emissioni dei diversi gas serra? FONTE: The Net Zero Transition Report, McKinsey 2021.

Da quali settori produttivi provengono le emissioni dei diversi gas serra? FONTE: The Net Zero Transition Report, McKinsey 2022.

Come decarbonizzare?

Per quanto riguarda l’agricoltura e la filiera cibo, la decarbonizzazione dovrebbe avvenire – spiegano i ricercatori statunitensi – orientando le pratiche agricole verso strategie e tecnologie a basse emissioni. Tra gli esempi espressamente indicati: modifiche alle diete alimentari e di allevamento degli animali, miglioramento delle pratiche di fertilizzazione, sostituzione dei macchinari agricoli a fonti fossili con quelli elettrici. Necessario anche un impegno diretto dei consumatori. A partire da ciò che si mette a tavola. Bisogna infatti “spostare le diete attuali, ricche di proteine provenienti dai ruminanti verso cibi a base vegetale o fonti proteiche animali a basse emissioni, come il pollame. Utile anche ridurre gli sprechi alimentari, intervenendo sulle catene di approvvigionamento e gli stili di acquisto.

Sul fronte della silvicoltura e degli altri usi del suolo, il loro impatto in termini di emissioni è principalmente legato al cambiamento della copertura dei terreni: deforestazione, decomposizione degli alberi abbattuti, degrado del suolo, perdita della capacità di sequestro di carbonio delle foreste.
“Attualmente, dieci milioni di ettari di terra vengono deforestati ogni anno” ricordano i ricercatori McKinsey. “Misurare gli effetti della deforestazione è difficile. Gli alberi infatti assorbono CO2 a velocità molto variabili, a seconda della specie, della sua ubicazione e della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera”. Tuttavia le stime suggeriscono che in un periodo di 30 anni un albero può immagazzinare una quantità di carbonio maggiore del 60-85% rispetto a quella rilasciata quando l’albero viene abbattuto o bruciato.

“Gli unici modi per ridurre questi effetti sono di ridurre i tassi di deforestazione, ripiantare le foreste tagliate e rimboschire nuove aree” ammonisce il rapporto.

Conti in tasca

Tutte queste azioni hanno ovviamente un costo. Nel caso dell’agricoltura, la transizione Net Zero richiederebbe ogni anno oltre 60 miliardi di dollari di spesa in conto capitale per rendere le attività più efficienti in termini di emissioni. “Questi investimenti – sottolineano gli analisti – non devono però essere necessariamente nuovi fondi. Il riutilizzo dei sussidi esistenti, molti dei quali contrastano gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici, potrebbe coprire una parte sostanziale di questo costo”.

Altri 40 miliardi saranno invece necessari in media ogni anno per le attività silvicolturali e per fermare la deforestazione. Circa il 75% della somma sarebbe speso soprattutto nel prossimo decennio. Nel medio periodo infatti sarà necessario acquisire e proteggere la terra. Per ridurre la deforestazione, è anche necessario prevedere interventi per migliorare le rese agricole e fermare così la perdita di foreste causata dall’espansione dei terreni agricoli. Le opportunità alternative di guadagno economico, soprattutto per i contadini che praticano agricoltura di sussistenza, potrebbero provenire dai mercati volontari di carbonio e dallo sviluppo di attività economiche legate alla salvaguardia dei servizi ecosistemici.

Certo, il rapporto ricorda che sono proprio gli Stati con Prodotto interno lordo più basso e i Paesi produttori principali di fonti fossili a rischiare il costo più alto della transizione. Ciò inevitabilmente produce rischi di disuguaglianze, tensioni sociali, rigetto delle azioni necessarie e, non da ultimo, difficoltà per la crescita economica.

I Paesi con Pil più basso hanno una esposizione maggiore ai costi della transizione. Ciò può causare disuguaglianze e difficoltà di crescita economica. FONTE: The Net Zero Transition Report, McKinsey 2022.

I Paesi con Pil più basso hanno una esposizione maggiore ai costi della transizione. Ciò può causare disuguaglianze e difficoltà di crescita economica. FONTE: The Net Zero Transition Report, McKinsey 2022.

In agricoltura, +27  milioni di occupati

A conti fatti, però, gli impegni economicamente ingenti vengono ripagati nel medio periodo. Discorso analogo vale per l’occupazione. L’analisi McKinsey calcola quanti sono i posti di lavoro persi nella transizione e quanti quelli creati. Ebbene, l’obiettivo Net Zero comporterebbe la perdita di circa 34 milioni di posti di lavoro diretti (soprattutto per la riduzione delle produzioni di carne bovina). Ma sarebbero 61 milioni quelli guadagnati, soprattutto per l’aumento della produzione di colture energetiche e di pollame. “Questo guadagno netto di circa 27 milioni di posti di lavoro diretti dovuto alla transizione – sottolinea il rapporto – è circa il 4% dei circa 720 milioni di posti di lavoro diretti nell’agricoltura di oggi”.

Rifiuti, valorizzare i rifiuti organici

Un capitolo della sfida per un’economia a impatto zero è dedicato anche al settore rifiuti. Smaltimento, incenerimento, trattamento contribuiscono al 23% delle emissioni di metano e al 3% di quelle di protossido di azoto. In questo caso, le azioni caldeggiate riguardano investimenti per impedire che i materiali più riciclabili e i rifiuti organici vengano persi in discarica. Importante anche destinare risorse ai digestori anaerobici (capaci di trasformare gli scarti delle produzioni agricole ma anche nuovi materiali come le bioplastiche compostabili) e per sviluppare sistemi di cattura del metano in loco.