12 Novembre 2021

Rifiuti, includerli nel carbon market varrebbe 9 milioni di tonnellate di CO2 in meno

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L’incenerimento dei rifiuti è tuttora escluso dal sistema dei crediti di emissione UE. La sua inclusione, rivela uno studio, porterebbe a una riduzione della CO2 in atmosfera. Generando fino a 21mila nuovi posti di lavoro

di Matteo Cavallito

 

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L’inclusione dell’incenerimento dei rifiuti nel carbon market europeo offrirebbe un implicito incentivo al riciclo. Garantendo, va da sé, evidenti benefici per il clima e per il settore dell’economia circolare. Lo sostiene uno studio della società di ricerca olandese CE Delft commissionato dall’associazione Zero Waste Europe. Gli operatori della cosiddetta termovalorizzazione, ad oggi, non sono tenuti ad adeguarsi allo European Emissions Trading System (ETS). I gestori degli impianti, in altre parole, non devono acquistare sul mercato alcun credito di emissione per compensare l’ammontare di CO2 rilasciata in atmosfera ogni volta che i rifiuti vengono bruciati. Si tratta, insomma, di una sostanziale occasione persa.

La CO2? Quasi 9 milioni di tonnellate in meno ogni anno

Alle conseguenze suggerite dalla teoria si affiancano ora le stime dei ricercatori. Secondo l’indagine, in particolare, l’adesione obbligatoria dell’incenerimento dei rifiuti all’ETS produrrebbe un calo delle emissioni nella UE compreso tra 2,8 e 5,4 milioni di tonnellate all’anno nel 2022. I livelli salirebbero nel corso del tempo al punto che alla fine del decennio l’ammontare di CO2 risparmiata potrebbe oscillare tra i 4,3 e gli 8,8 milioni di tonnellate.

“I benefici aumenterebbero gradualmente fino al 2030 a causa del probabile aumento del prezzo dei crediti di carbonio che renderebbe, per contro, più competitivo il riciclo”, si legge nello studio. “La stima più ottimistica si ottiene includendo l’impatto positivo in termini di minori emissioni di origine fossile (quelle legate all’incenerimento delle plastiche, ad esempio) e biogeniche (l’incenerimento degli scarti di cibo). L’ipotesi più conservativa include solo le prime”.

Dai rifiuti una spinta all’economia circolare

I vantaggi, proseguono gli analisti, si evidenzierebbero anche sul piano economico. “Si parla di un totale di 6.800 – 13.000 posti di lavoro in più nel 2022 e di un ammontare compreso tra gli 11.200 e i 21.200 nuovi impieghi nel 2030”, sostiene infatti la ricerca. “A favorire la creazione di nuove opportunità occupazionali sono le stesse attività di riciclo che richiedono più lavoro rispetto a quelle di incenerimento”. L’indagine, insomma, evidenzia ancora una volta come l’introduzione di un incentivo adeguato possa contribuire allo sviluppo dell’economia circolare, un comparto chiave per la transizione ecologica.

L’inclusione nell’ETS, inoltre, avrebbe il vantaggio di favorire un cambio di rotta nella gestione stessa dei rifiuti da parte delle imprese. Queste ultime, affermano gli analisti, sarebbero infatti portate a ridurre gli sprechi. E, a differenza di ciò che accade per i cittadini, che pagano un prezzo fisso alle amministrazioni locali, percepirebbero un immediato beneficio economico nel calo dei costi di smaltimento. Secondo lo studio la diminuzione dei rifiuti industriali contribuirebbe da sola al 90% dei benefici economici totali.

Plastica: 29 tonnellate di scarti nel mirino

Dall’indagine, infine, emerge un’importante raccomandazione ai decisori politici. “Per rafforzare ulteriormente l’impatto dell’inclusione dell’incenerimento nell’ETS europeo, potrebbero essere attuate politiche aggiuntive, come l’obbligo di rispettare una quota minima di contenuto riciclato per la plastica, l’introduzione di tariffe maggiormente variabili tra le amministrazioni locali del Continente o la diffusione di cassonetti più economici per la raccolta differenziata”.

Un’ulteriore spinta al riciclo della plastica, in particolare, appare quanto mai urgente. La produzione annuale di rifiuti da parte del settore, dicono le stime della Corte dei Conti UE, ammonta a 29 milioni di tonnellate. 18 milioni di queste rappresentano il peso complessivo dei soli imballaggi. Secondo le stime degli stessi giudici contabili UE, il 40% degli scarti finisce in discarica. Il risultato è un processo di degrado lentissimo, destinato a protrarsi per secoli a danno del suolo e dell’ambiente.