I residui di bioplastiche compostabili non si accumulano nel suolo
Una ricerca internazionale colma una delle principali lacune scientifiche sulle bioplastiche compostabili. I microframmenti eventualmente presenti al termine del compostaggio industriale non restano nel terreno, ma proseguono a biodegradarsi grazie all’attività dei microrganismi
di Emanuele Isonio
Che fine fanno i residui di plastiche biodegradabili eventualmente presenti dopo il compostaggio industriale degli imballaggi compostabili? È una delle domande più discusse negli ultimi anni, soprattutto dopo che alcune ricerche avevano evidenziato la presenza di frammenti microscopici nel compost ottenuto dal trattamento della frazione organica.
Ora un nuovo studio, realizzato da ricercatori dalle università di Montpellier e di Paris-Saclay in collaboazione con la Michigan State University, fornisce una risposta importante: le microplastiche biodegradabili eventualmente residue nel compost non sono destinate a permanere nel terreno, ma continuano il loro processo di biodegradazione anche dopo che il compost viene distribuito nei campi.
Si tratta di un risultato che rafforza le conoscenze scientifiche sul ruolo degli imballaggi compostabili all’interno della bioeconomia circolare e, soprattutto, sul loro rapporto con la salute del suolo.

Sintesi grafica della ricerca sul comportamento dei microframmenti di bioplastiche compostabili nel suolo dopo compostaggio industriale. FONTE: Cheick Abou Coulibaly, Sandra Domenek, Paul Greuet, Matthieu George, Pascale Fabre, Rafael Auras, Emmanuelle Gastaldi. Residual biodegradable microplastics derived from compostable packaging under large-scale industrial composting fully degrade in soil, Bioresource Technology, 2026.
Una ricerca dirimente
Il tema non è secondario. La frazione organica rappresenta più di un terzo dei rifiuti urbani europei. Con l’obbligo di raccolta differenziata dell’umido entrato in vigore nel 2024, compostaggio e digestione anaerobica sono destinati ad assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione dei rifiuti e nella produzione di ammendanti destinati ai suoli.
Il compostaggio trasforma gli scarti organici raccolti con la differenziata in compost, un ammendante prezioso che restituisce sostanza organica ai terreni agricoli migliorandone fertilità, struttura e capacità di trattenere acqua.
Sempre più spesso, insieme agli scarti alimentari, vengono raccolti anche gli imballaggi certificati compostabili, soluzioni tecnologiche progettate proprio per seguire lo stesso percorso biologico dell’organico e facilitare quindi la raccolta della frazione organica dei rifiuti da parte dei cittadini.
Finora gli studi avevano già dimostrato che questi materiali si disintegrano durante il compostaggio industriale. Rimaneva però una domanda ancora aperta: i frammenti microscopici eventualmente residui rappresentano un accumulo permanente oppure sono semplicemente una fase intermedia della biodegradazione? È proprio questo il punto affrontato dalla nuova ricerca.
Un nuovo metodo di analisi
Per rispondere alla domanda, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo metodo di analisi capace di individuare e misurare particelle grandi appena poche decine di micrometri, molto più piccole dello spessore di un capello.
La difficoltà era notevole. Il compost è una matrice ricchissima di sostanza organica, nella quale distinguere minuscoli frammenti di bioplastica dai residui naturali è estremamente complesso. Dopo numerose prove di laboratorio, gli autori hanno messo a punto un protocollo che consente di estrarre queste particelle senza modificarne le caratteristiche e di identificarle con precisione attraverso sofisticate analisi spettroscopiche. Questo passaggio metodologico rappresenta uno dei principali risultati dello studio, perché rende finalmente possibile misurare con accuratezza ciò che finora era molto difficile osservare.
Dal compostaggio al terreno
Una volta validato il metodo, i ricercatori lo hanno applicato a un impianto industriale di compostaggio dove erano stati trattati, insieme alla frazione organica, imballaggi compostabili certificati.
I risultati confermano che la biodegradazione durante il compostaggio è molto elevata. Alcuni materiali superano il 98% di biodegradazione, altri oltrepassano il 92%. Solo uno dei polimeri studiati mostra valori inferiori, ma gli autori spiegano che il risultato dipende soprattutto dalla forma del manufatto analizzato, che rallenta il processo, e non dalle caratteristiche del materiale stesso.
La parte più innovativa della ricerca arriva però successivamente. Le particelle residue recuperate nel compost sono state messe a contatto con un terreno agricolo e monitorate nel tempo.
Il risultato è chiaro: la biodegradazione non si interrompe con il compostaggio, ma continua nel suolo grazie all’azione dei microrganismi, fino alla progressiva mineralizzazione dei materiali.
Frammentazione non significa persistenza
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda un equivoco frequente quando si parla di microplastiche biodegradabili. Nell’immaginario comune, trovare un frammento microscopico di plastica significa automaticamente pensare a un materiale destinato ad accumularsi nell’ambiente.
Le bioplastiche compostabili, però, meritano un discorso a parte. Per loro infatti il processo è diverso.
Come accade per un pezzo di legno o una foglia che si decompongono lentamente nel terreno, anche la biodegradazione delle bioplastiche avviene per fasi. La frammentazione rappresenta uno stadio intermedio, mentre il processo continua fino alla trasformazione del carbonio contenuto nel materiale in anidride carbonica, acqua e nuova biomassa grazie all’attività dei microrganismi.
Lo studio mostra proprio questa continuità, distinguendo la semplice presenza temporanea di microframmenti dalla loro effettiva persistenza nell’ambiente.
Nuove prospettive per la bioeconomia circolare
Gli stessi autori sottolineano che sarà necessario proseguire le ricerche, analizzando particelle ancora più piccole e valutando gli effetti di applicazioni ripetute del compost nei terreni agricoli nel lungo periodo.
Il lavoro rappresenta però un passo avanti significativo. Non solo perché introduce un metodo affidabile per quantificare le microplastiche biodegradabili residue, ma anche perché fornisce nuove evidenze scientifiche sul loro comportamento una volta che il compost ritorna al suolo.
Per la bioeconomia circolare è un tassello importante. Migliorare la conoscenza del destino degli imballaggi compostabili significa infatti rendere sempre più efficace un sistema che trasforma rifiuti organici e imballaggi certificati in una nuova risorsa per il terreno, contribuendo alla tutela della fertilità dei suoli e alla chiusura del ciclo della sostanza organica.


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Foto: Miguel Pinheiro/CIFOR Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic CC BY-NC-ND 2.0 Deed
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