Terreni contaminati, gli alberi giusti bloccano gli inquinanti nel suolo
Una ricerca svizzera rivela che alcuni tipi di alberi collocati in siti contaminati riescono a “confinare” i metalli pesanti evitandone la diffusione. Particolarmente indicati faggio, abete rosso e acero di monte
di Emanuele Isonio
Per decenni miniere, industrie e attività manifatturiere hanno lasciato in eredità migliaia di ettari di suoli contaminati da metalli pesanti come zinco, cadmio, rame e piombo. Bonificare queste aree è spesso un’operazione complessa e molto costosa, tanto che in molti casi i terreni restano inutilizzati per anni, se non per sempre. Oggi, però, una ricerca dell’Istituto federale svizzero per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), realizzata insieme all’ETH di Zurigo, apre una prospettiva nuova: scegliere le specie arboree più adatte potrebbe consentire di mettere in sicurezza questi suoli e, allo stesso tempo, produrre legname di qualità.
I vantaggi della fitostabilizzazione
Lo studio, pubblicato sulla rivista Plants, dimostra infatti che non tutti gli alberi reagiscono allo stesso modo alla presenza di metalli pesanti nel terreno. Alcune specie sono in grado di confinare gli inquinanti principalmente nelle radici, evitando che raggiungano il fusto e la chioma. Una caratteristica che permette di ottenere legno sostanzialmente privo di contaminazioni, pur lasciando i metalli immobilizzati nel suolo.
La ricerca si inserisce nel filone della cosiddetta fitostabilizzazione, una strategia che sfrutta le piante per limitare la diffusione degli inquinanti nell’ambiente. A differenza delle bonifiche tradizionali, che spesso prevedono l’asportazione del terreno contaminato con costi elevati e un forte impatto ambientale, questo approccio punta a stabilizzare gli inquinanti nel sito, riducendo il rischio che raggiungano le falde acquifere o gli ecosistemi circostanti.
Gli alberi rappresentano candidati ideali per questa funzione grazie alla loro lunga vita e ai loro apparati radicali profondi e sviluppati. Ma la domanda era: quali specie funzionano meglio?

Nella Polonia meridionale (Olkusz), gli alberi forestali hanno ricolonizzato spontaneamente ex aree minerarie, abbandonate dal Medioevo (a sinistra) e dal XX secolo (a destra): FOTO: Pierre Vollenweider.
Specie acquisitive e conservative
Per rispondere, i ricercatori hanno coltivato per cinque anni sette specie forestali tipiche dell’Europa centrale in terreni contenenti concentrazioni di metalli pesanti analoghe a quelle presenti nei siti contaminati. Successivamente hanno misurato la presenza di zinco, cadmio e altri metalli nelle radici, nei tronchi e nelle chiome, confrontando i risultati con quelli ottenuti da alberi cresciuti in terreni non contaminati.
L’aspetto più interessante riguarda le diverse strategie ecologiche adottate dalle specie arboree. Gli studiosi distinguono infatti tra specie cosiddette “acquisitive”, caratterizzate da crescita rapida e da un elevato fabbisogno di nutrienti, e specie “conservative”, che crescono più lentamente, richiedono meno nutrienti, accumulano maggiori quantità di carbonio e hanno generalmente una vita più lunga.
Le prime, tra cui pioppo tremolo, salice da vimini, ontano bianco e betulla, tendono a trasferire quantità maggiori di metalli pesanti verso il tronco e soprattutto verso il fogliame. Le seconde, come abete rosso (Picea abies), il faggio (Fagus sylvatica) e l’acero di monte (Acer pseudoplatanus), riescono invece a trattenere gran parte degli elementi contaminanti nelle radici, in alcuni casi immagazzinandoli all’interno di specifiche strutture di difesa.
Il risultato è particolarmente significativo: il legno prodotto dalle specie conservative presenta concentrazioni di metalli pesanti sostanzialmente analoghe a quelle riscontrate negli alberi cresciuti su terreni puliti.
Non meno importante è il ruolo che queste specie possono svolgere nel limitare la circolazione degli inquinanti. Mantenendo i metalli lontani dalle foglie e dalla parte aerea della pianta, si riduce infatti anche il rischio che questi ritornino nel ciclo naturale attraverso la decomposizione della lettiera forestale, contribuendo a mantenere i contaminanti confinati nel sottosuolo.
Vantaggi ambientali ed economici
Le implicazioni sono rilevanti sia dal punto di vista ambientale sia sotto il profilo economico. Molte aree minerarie o industriali dismesse vengono già oggi colonizzate spontaneamente dalla vegetazione forestale. Orientare questo processo attraverso una scelta mirata delle specie potrebbe trasformare superfici oggi improduttive in boschi capaci di fornire servizi ecosistemici, sequestrare carbonio, stabilizzare i contaminanti e produrre legname utilizzabile.
Naturalmente non si tratta di una soluzione universale né di un’alternativa alle bonifiche laddove queste siano indispensabili per tutelare la salute pubblica. La fitostabilizzazione rappresenta piuttosto uno strumento complementare, particolarmente interessante nei siti estesi dove la rimozione completa del terreno risulta economicamente o tecnicamente impraticabile.
Secondo i ricercatori, il prossimo passo sarà verificare questi risultati direttamente in condizioni reali, sperimentando la gestione forestale di siti contaminati su scala operativa.
Lo studio conferma ancora una volta come la conoscenza del funzionamento del suolo e delle interazioni tra piante e ambiente possa offrire soluzioni innovative a problemi complessi. In un contesto in cui il ripristino della salute del suolo è diventato una priorità delle politiche europee, valorizzare i processi naturali significa non solo ridurre l’impatto ambientale degli interventi, ma anche restituire valore ecologico ed economico a territori che sembravano definitivamente compromessi.

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