21 Ottobre 2026

Dall’acquacoltura all’agricoltura, il recupero degli scarti collega le filiere

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Dal mare ai campi la valorizzazione dei sottoprodotti apre nuove strade per l’agricoltura e altre produzioni. Ma la circolarità, sottolinea un rapporto UE, richiede collaborazione lungo tutta la catena del valore

di Matteo Cavallito

Gusci di molluschi, fanghi degli allevamenti ittici e residui della lavorazione del pesce possono diventare materie prime per l’agricoltura e altre produzioni. Recuperare questi scarti, infatti, è il primo passo per produrre fertilizzanti e ammendanti per il suolo, materiali da costruzione, ingredienti alimentari e cosmetici e creare valore attraverso l’economia circolare.

Le soluzioni, però, devono trovare spazio in filiere capaci di collegare chi genera i residui a chi li raccoglie, li trasforma e li utilizza. E, per questo, necessitano di infrastrutture, competenze, mercati e regole chiare. A delineare queste opportunità è il rapporto “L’economia circolare nell’acquacoltura”, pubblicato quest’anno.

Collegare le produzioni per recuperare le risorse

Realizzato dal Meccanismo di assistenza dell’UE per l’acquacoltura nel quadro del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (EMFAF), il documento individua tre percorsi: utilizzare risorse in ingresso più circolari, valorizzare i flussi secondari dell’acquacoltura e integrarli in altri comparti.

“La sinergia e/o la simbiosi industriale è una buona pratica fondamentale nelle strategie di economia circolare, poiché consente lo scambio di materiali, energia, acqua e sottoprodotti tra settori tradizionalmente separati, generando benefici ambientali ed economici reciproci”, si legge nel rapporto recentemente discusso in occasione di un workshop organizzato a Lubiana nell’ambito di “Aquaculture Europe 2026” .

Dai fanghi ai fertilizzanti per l’agricoltura

Uno degli esempi più importanti è dato dal recupero dei nutrienti dagli allevamenti ittici i cui fanghi possono essere sottoposti a digestione anaerobica: oltre al biogas il processo genera un residuo valorizzabile per la fertilizzazione in agricoltura. “Il digestato della digestione anaerobica può essere trattato o utilizzato direttamente come biofertilizzante; in alternativa, i nutrienti possono essere estratti e purificati, contribuendo alla loro circolazione e al riutilizzo”, spiega il rapporto evidenziando la possibilità di recuperare azoto e fosforo per riutilizzarli nei campi.

Tra i progetti sviluppati in questa direzione AQUAPHOENIX, finanziato da Horizon Europe, e SEA2LAND che lavora in particolare su fanghi, viscere e pesci non conformi per ottenere ammendanti organici, fertilizzanti di origine biologica e altri prodotti.

A questi progetti si affiancano tecnologie commerciali tra cui il sistema Waister che raccoglie ed essicca i fanghi ittici per trasformarli in un biofertilizzante.

Gusci, residui ittici e reti trovano nuovi impieghi

Tra le soluzioni suggerite nei diversi progetti spicca il riutilizzo dei gusci dei molluschi in agricoltura per la produzione di biofertilizzanti destinati ai suoli acidi. Altre iniziative, come il progetto BioreFISH, puntano sullo sviluppo di processi di fermentazione e idrolisi enzimatica per recuperare composti dai sottoprodotti ittici, con applicazioni previste anche come biofertilizzanti e biostimolanti.

Da segnalare, inoltre, il progetto europeo LIFE MUSCLES, co-finanziato dall’UE nell’ambito del Programma LIFE 2014-2020, che negli allevamenti di cozze sperimenta l’uso di reti tubolari biodegradabili e compostabili e ha sviluppato un impianto mobile per riciclare quelle in polipropilene. Alla fine del 2025 erano state trattate quasi 100 tonnellate di polipropilene per il riutilizzo e prodotte 26 tonnellate di reti in biopolimero.

La circolarità richiede filiere e competenze

Estendere queste soluzioni su larga scala richiede in ogni caso un’organizzazione condivisa e la capacità di coinvolgere anche “gli utilizzatori a valle (come agricoltori, produttori di fertilizzanti e industrie dei prodotti di origine biologica) per progettare prodotti circolari che rispondano alle loro esigenze e aspettative di qualità”. Fondamentale, inoltre, il superamento degli ostacoli esistenti legati a finanziamenti, infrastrutture e incertezze normative sulla classificazione e sul riutilizzo dei residui.

Infine la formazione. La circolarità dell’acquacoltura, infatti, dipende anche dalla capacità di collegare produzione, raccolta, trasformazione e impiego. E proprio lo sviluppo di queste competenze è l’obiettivo del progetto BlueAquaEdu, sostenuto dal Fondo europeo per gli affari marittimi, che ha sviluppato percorsi online e programmi di formazione anche sulla valorizzazione dei sottoprodotti per trasformare uno scarto in una risorsa.