11 Novembre 2022

“Senza suolo sano non mangeremo più. Subito norme vincolanti che lo difendano”

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Alla fiera Ecomondo di Rimini, la prima edizione degli Stati Generali per la salute del suolo. Le fotografie globali e nazionali sono impietose. Un terzo dei terreni nel mondo è degradato. La sola impermeabilizzazione costa all’Italia più di 3 miliardi di euro l’anno. Unanime la richiesta di agire lungo tre direttrici: leggi adeguate, ricerca, educazione

di Emanuele Isonio

 

Il suolo è la vera “Cenerentola” della crisi ecologica. L’elefante nella stanza che ancora troppo spesso continuiamo a non vedere quando affrontiamo le emergenze ambientali. Se ne sono sottovalutati i servizi ecosistemici e la sua centralità per il benessere dell’umanità. Fino alla COP27 ospitata in questi giorni a Sharm El Sheik in Egitto non c’era mai stata alle Conferenze Onu sul clima un’area espressamente dedicata ai sistemi agroalimentari e alla cura del suolo. Una lacuna che ha certamente rallentato la diffusione di un’adeguata consapevolezza sulle strategie necessarie a contrastare efficacemente il degrado dei terreni, a partire da quelli più preziosi e fertili.

Un pericoloso piano inclinato

Si è arrivati così a una situazione in cui è più facile avere suoli malati che in salute. È quanto avviene ad esempio in Europa (dove il problema riguarda quasi il 70% dei terreni) e in Italia (in cui più della metà è già oggi a rischio alto di desertificazione). A livello mondiale il problema riguarda finora un terzo dei terreni ma, con il trend attuale, la FAO prevede si arriverà al 90% entro metà secolo.

Le minacce alle principali funzioni ecosistemiche del suolo. FONTE: Lucrezia Caon, FAO, 2022.

Le minacce alle principali funzioni ecosistemiche del suolo. FONTE: Lucrezia Caon, FAO, 2022.

La conseguenza di tutto questo? Ambientale, ovviamente. Perché suoli malati non possono funzionare come serbatoi di carbonio e aumentano quindi la CO2 emessa in atmosfera. Sociale, sicuramente. Perché le rese agricole diminuiscono e con esse le condizioni di vita di centinaia di milioni di agricoltori in tutto il mondo. Ma il problema è anche economico. Perché porre rimedio ai danni causati dalle diverse formi di degrado del suolo comporta costi enormi.

Miliardi di costi nascosti

“Non intervenire sta costando agli Stati europei più di 50 miliardi di euro ogni anno” conferma Luca Montanarella, capo della Land Resources Unit del Joint Research Centre della Commissione europea. Tra le principali voci di costo, la gestione dei siti contaminati (6,5 miliardi di euro/anno), la perdita di fosforo causata dall’erosione dei terreni (fino a 4,3 miliardi all’anno), l’esigenza di rimuovere i sedimenti da corsi d’acqua e bacini idrici (2,3 miliardi all’anno) e la perdita di produttività dovuta all’erosione idrica (1,25 miliardi di euro l’anno).

Il suo è solo uno degli interventi ospitati durante la prima edizione degli Stati Generali per la Salute del Suolo, organizzati alla fiera Ecomondo di Rimini da Re Soil Foundation e dal Gruppo di Coordinamento Nazionale per la Bioeconomia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in collaborazione con CREA e ISPRA. Un evento nato con l’obiettivo di colmare un’altra delle carenze attorno al sistema suolo: avere un appuntamento che riuscisse a raccogliere contributi e riflessioni dei tanti attori che approcciano al problema da diversi punti di vista e che quindi fosse poi in grado di porre a sintesi le diverse angolature. Un approccio “olistico” come aveva già avuto modo di sottolineare – proprio a Re Soil Foundation – lo stesso Montanarella.

Un luogo per ragionare in modo diverso

“Ci siamo posti l’obiettivo di mettere insieme i diversi esperti con la consapevolezza che la soluzione si troverà solo dialogando e mettendo insieme i vari aspetti dei problemi” spiega Giulia Gregori, consigliera d’amministrazione di Re Soil Foundation. “È giunto il momento di ragionare in modo diverso, offrendo una strategia che dia anche l’esempio a livello europeo”.

Per farlo serve ovviamente prendere consapevolezza della situazione attuale e della posta in gioco. “Il 95% di ciò che troviamo nel piatto dipende dal suolo fertile. Se quei terreni spariscono perché coperti da cemento, asfalto, erosi, salinizzati, contaminati e non più fertili, noi non mangeremo più” ha ad esempio ricordato Michele Munafò, responsabile del Sistema informativo nazionale ambientale dell’ISPRA.

L’appello: dotiamoci di una legge che difenda il suolo

Eppure l’Italia è uno degli Stati in cui ancora manca una legge che fermi il consumo di suolo e che preveda percorsi per restituirne salubrità. “Di una legge sul suolo – prosegue Munafò – si parla da 10 anni ma senza risultati. Intanto il livello di artificializzazione del suolo italiano è quasi il doppio della media Ue. Continuiamo a usare suoli di pianura, i più fertili, i più preziosi. Ma anche quelli ad alta pericolosità sismica. Invece, è fondamentale adeguare il nostro sistema nazionale indirizzandolo verso gli obiettivi di arresto del consumo di suolo fissati dalla Ue, il bilanciamento dei servizi ecosistemici del suolo. E ciò va fatto entro il 2030 perché gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile ci richiamano a questo impegno. Quell’anno è un punto di non ritorno”.

Accanto all’aspetto legislativo (“è più probabile che farà prima la Commissione Ue ad approvare la legge sul suolo rispetto all’Italia”, la previsione di Germana Di Falco, economista alla Bocconi e componente del Comitato Nazionale sulla Bioeconomia), serve una profonda attività di educazione. Dell’opinione pubblica, degli agricoltori, dei decisori pubblici di ogni livello. “Gli agricoltori devono essere più coinvolti e formati all’uso delle nuove tecnologie e a pratiche agroecologiche e lotta integrata” osserva Vladislav H. Popov, vicerettore dell’Università Agricola di Plovdive e delegato della Bulgaria al Comitato per la Ricerca agricola della Commissione europea.

C’è poi l’aspetto della ricerca. In questo caso, l’Italia avrebbe sia il capitale umano sia le competenze scientifiche per sviluppare progetti innovativi, che si trasformino in best practice replicabili a livello nazionale e della Ue. E, per una volta, non è nemmeno un problema di fondi. Il PNRR e i molti programmi comunitari sono già da tempo disponibili risorse ingenti. Semmai, il vero problema è saperli intercettare e spendere. E su questo, i margini per migliorare sono ancora enormi.