10 Maggio 2022

“Senza un approccio olistico non possiamo vincere la sfida del suolo”

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Luca Montanarella è alla guida dei progetti sul suolo del JCR (Centro Comune di Ricerca) della Commissione europea. Per sei anni, ha presieduto poi il Comitato tecnico intergovernativo sui suoli (ITPS) nell'ambito della Global Soil Partnership. FOTO: SOil4Life

A colloquio con Luca Montanarella (Global Soil Partnership): “Le diverse comunità accademiche ancora oggi ragionano per compartimenti stagni. Non possiamo più permetterci di agire settorialmente”. La sua proposta: “Creare una forte partnership nazionale che riunisca e faccia dialogare costantemente tutti gli esperti in vario modo impegnati sul tema suolo”

di Emanuele Isonio

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Quando parla, nelle sue parole si evidenzia la chiarezza espositiva (e la franchezza) tipica di chi dimostra di avere ben chiari tutti gli aspetti del mondo che da ormai 30 anni fa parte del proprio lavoro quotidiano. L’impegno in favore del suolo è per Luca Montanarella ormai inscindibile rispetto al suo percorso di vita. Una strada a metà tra scienza e politica. Per evitare l’incomunicabilità tra i due mondi. Aiutando il trasferimento della conoscenza scientifica sui suoli nelle scelte dei diversi policy makers.

Il suo curriculum non lascia perplessità sulle sue competenze: vincitore del Glinka World Soil Prize. Una sorta di Nobel per il suolo, assegnato ogni anno dalla FAO ai ricercatori che hanno offerto contributi diretti alla conservazione dell’ambiente, alla sicurezza alimentare e alla riduzione della povertà. E infatti c’è molto del lavoro di Montanarella dietro all’iter che dovrebbe sfociare l’anno prossimo nel nuovo atto legislativo europeo di protezione del suolo. E ancora nel Green Deal europeo e nel recente Osservatorio europeo del suolo. Naturale, per un ricercatore con oltre 200 pubblicazioni alle spalle, attuale guida dei progetti sul suolo del JRC (Centro Comune di Ricerca) della Commissione europea. Per sei anni, ha presieduto poi il Comitato tecnico intergovernativo sui suoli (ITPS). C’è sempre lui inoltre dietro la creazione, ormai 10 anni fa, della Global Soil Partnership della FAO e nel riconoscimento esplicito dello stretto legame tra gestione sostenibile del suolo e la possibilità di raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDG).

Suolo, un tema “orizzontale”

Ecco perché assumono ancora più valore le considerazioni che Montanarella concede a Re Soil Foundation quando parla del cambio di passo che serve per riuscire a vincere la sfida del suolo. “Una visione olistica” la definisce. E facendolo, non risparmia un’analisi senza fronzoli sul modo di approcciarsi di buona parte della comunità scientifica impegnata sui diversi aspetti del pianeta suolo.

“Il suolo – spiega Montanarella – è un tema per definizione “orizzontale”. Entra in tantissime branche diverse. Non ce se ne può occupare solo dal punto di vista della pedologia tradizionale. Il suolo comprende infatti gli aspetti geotecnici legati alla stabilità dei versanti, o quelli legati alla contaminazione del suolo causati da attività industriali o minerarie. C’è la necessità di considerarlo quindi in modo interdisciplinare, transdisciplinare, comprendendo tutte le diverse funzioni e processi che hanno impatto sui suoli”.

Il cambio di approccio sarebbe cruciale. Permetterebbe ad esempio di agire in modo diverso a seconda del tipo e del valore di un suolo. Pensiamo ad esempio a quando si deve immaginare dove realizzare una infrastruttura. “Non è la stessa cosa costruire un’autostrada su terreni fertili o meno importanti dal punto di vista agricolo. Non basta avere gli architetti e gli urbanisti. Bisogna avere gli agronomi, i geotecnici, i pedologi, i geologi. Serve quindi una comunità più ampia” sottolinea Montanarella.

L’incomunicabilità tra comunità scientifiche

Il traguardo però appare molto lontano. L’assenza di una visione olistica è strettamente legata, secondo il ricercatore del JRC, alla presenza di comunità scientifiche alquanto chiuse. Una situazione in cui nessuno è esente da colpe.

“I primi responsabili sono nella comunità scientifica. Fino ad oggi non è riuscita a spezzare le barriere fra le diverse comunità accademiche. Si figuri che non si è riusciti a mettere insieme la comunità che si occupa di suolo agricolo con quella che si occupa di suoli forestali. Siamo all’incomunicabilità fra chi viene dalla facoltà di Agraria e chi viene da Scienze forestali. Siamo all’assurdo. Figuriamoci mettere insieme comunità distanti come quella di chi studia architettura, urbanistica o chi studia problemi geotecnici”.

Per i non addetti ai lavori viene naturale da chiedersi che cosa ci sia alla base di tale incomunicabilità. E ovviamente, come spesso accade, le motivazioni affondano le radici in un periodo in cui la considerazione e il valore che si attribuiva al suolo era ben diverso rispetto a oggi. “In passato i problemi del suolo sono sempre state affrontate in modo settoriale perché ce lo si poteva permettere” ragiona Montanarella. “La disponibilità della risorsa suolo era quasi illimitata. Ci si poteva quindi permettere di operare in modo scoordinato. Piano piano ci siamo resi conto che la quantità disponibile di suolo è fissa. E con l’aumento della popolazione ci impone di gestirla in modo condivisa. E questo significa condividere anche dal punto di vista scientifico, di approccio, amministrativo, decisionale”.

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La presenza di carbonio organico nel suolo nell’UE – 2015 (g/kg). FONTE: JRC, 2018.

Le ambizioni (frustrate) della Global Soil Partnership

Un tentativo per scardinare lo status quo e costruire un percorso condiviso al tema suolo, in cui ogni disciplina si interfacciasse con le altre, cooperasse e raggiungesse consenso da trasferire poi ai decisori politici in realtà è stato fatto. Sono anzi passati giusto 10 anni da quel tentativo. Nel 2012 infatti divenne operativa la Global Soil Partnership (GSP), un partenariato, ospitato all’interno della FAO, nato con l’ambizione di essere aperto a tutti: una piattaforma capace di coinvolgere attori provenienti da diverse esperienze e contesti.

Ma, a un decennio di distanza si può ormai dire che anche in quel caso, i risultati sono stati ben diversi dalle aspettative. E Montanarella lo sa bene. Perché della GSP è stato uno dei fautori. “Siamo ancora lontanissimi dall’avere allo stesso tavolo tutti gli attori” ammette con rammarico. .”Tutt’oggi la Global Soil Partnership è un processo intergovernativo all’interno della FAO in mano ai ministeri dell’Agricoltura. I delegati sono nominati dai governi. Siccome si tratta di una struttura ospitata nella FAO, inevitabilmente vengono nominati delegati nazionali provenienti dai ministeri dell’Agricoltura. Per carità: questo va benissimo. Ma solo se c’è un processo di condivisione”.

Il ripensamento della governance GSP

Non a caso, proprio nella prossima assemblea plenaria della GSP, che si terrà dal 23 al 25 maggio (e sarà presieduta proprio da Montanarella) il tema principale all’ordine del giorno sarà proprio la governance del futuro. “Dopo 10 anni si è arrivati alla conclusione che bisogna rivedere la struttura della GSP. Ormai è diventata qualcosa di gigantesco. Le mancano però le basi strutturali e la governance per gestire un’organizzazione così enorme. Il tema di fondo sarà quindi la sua nuova collocazione istituzionale. Una valutazione effettuata da advisor esterni indipendenti ha raccomandato di rivedere la struttura di governance”.

Ma le difficoltà incontrate a livello internazionale non devono distogliere dagli sforzi necessari per costruire soluzioni capaci di aggregare in un unico soggetto le diverse sensibilità e competenze sul tema suolo. Anzi, i livelli inferiori sono, forse, anche più importanti. “Il suolo è qualcosa di essenzialmente locale. Le competenze sono il più delle volte affidate a istituzioni locali“. Ciò vale per gli Stati federali, come Germania e Austria, nei quali se ne occupano i Land. Ma vale anche per l’Italia dove le competenze sono attribuite alle Regioni. “È a quel livello che bisogna riuscire a rompere gli steccati tra diverse le comunità che si occupano del suolo da angolature differenti. E se si riesce a fare a livello nazionale, questo si può poi ripetere a livello europeo e mondiale”.

Certo, costruire un percorso basato su condivisione e consenso è ovviamente più complicato che imporre soluzioni dall’alto. Ma non c’è altra via, secondo Montanarella, per costruire partnership efficaci. “I partenariati devono essere volontari. Bisogna avere la volontà di lavorare insieme”.