2 Settembre 2026

Suoli, FAO: l’erosione peggiora e le soluzioni avanzano troppo lentamente

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Un esempio di erosione del suolo prodotta da azioni antropiche come la deforestazione. FOTO: John via flickr.

Il nuovo rapporto sullo Status of the World’s Soil Resources mostra che nel 58% delle valutazioni regionali l’adozione di pratiche sostenibili contro l’erosione è in calo. Solo nel 10% dei casi si registrano progressi

di Emanuele Isonio

 

La gestione delle risorse mondiali del suolo resta in gran parte insostenibile e le pratiche già disponibili per contrastarne il degrado non vengono adottate con la rapidità e l’ampiezza necessarie. A lanciare l’allarme è la FAO nel rapporto Status of the World’s Soil Resources 2026, presentato a Ulaanbaatar, in Mongolia, durante la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD).

Il documento, realizzato attraverso la Global Soil Partnership con il contributo scientifico dell’Intergovernmental Technical Panel on Soils, aggiorna la prima valutazione mondiale pubblicata nel 2015. Le sue oltre 800 pagine raccolgono la letteratura scientifica prodotta tra il 2015 e il 2025 e il lavoro di esperti provenienti da 75 Paesi.

La distanza tra ricerca e applicazioni pratiche

Il quadro che ne emerge mostra una distanza ancora molto ampia tra le conoscenze accumulate dalla ricerca e la loro applicazione sul campo. Il 52,5% delle valutazioni regionali e subregionali esaminate classifica la gestione sostenibile del suolo come scarsa o molto scarsa; il 33% la considera discreta e appena il 14% buona o molto buona. Nel 58% dei casi, inoltre, la tendenza osservata dal 2015 è in peggioramento, mentre soltanto il 10% segnala un miglioramento.

Rispetto alla precedente edizione, la situazione registra un lieve arretramento. Nel 2015 il 54% delle valutazioni descriveva le condizioni di gestione come almeno discrete e il 13% indicava progressi. Oggi queste percentuali sono scese rispettivamente al 49 e al 10%.

«Disponiamo di prove molto più solide sulle pressioni che gravano sui suoli mondiali e sulle pratiche capaci di proteggerli e ripristinarli», ha spiegato Beth Bechdol, vicedirettrice generale della FAO. «Ma il rapporto mostra chiaramente che le soluzioni già sperimentate non vengono adottate con la velocità e sulla scala necessarie. La priorità è fornire a Paesi, agricoltori e altri utilizzatori del territorio conoscenze, competenze e incentivi per tradurle in pratica».

L’erosione resta la minaccia più grave

Tra i sette fenomeni analizzati, l’erosione si conferma la minaccia più grave e maggiormente collegata alle altre forme di degrado. L’81% delle valutazioni regionali giudica scarsa o molto scarsa la gestione adottata per contrastarla e nel 65% dei casi la tendenza dal 2015 è peggiorata.

Diagramma schematico dei principali processi di erosione idrica. FONTE: FAO. 2019. Soil erosion: the greatest challenge for sustainable soil management. Rome. https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/a268e967-a373-4a56-adac-ae1d7ab3567f/conte

Diagramma schematico dei principali processi di erosione idrica. FONTE: FAO. 2019. Soil erosion: the greatest challenge for sustainable soil management. Rome. https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/
a268e967-a373-4a56-adac-ae1d7ab3567f/conte

L’asportazione dello strato superficiale riduce la profondità disponibile per le radici, disperde carbonio e nutrienti, limita l’infiltrazione dell’acqua e aumenta il ruscellamento. Ne derivano una minore produttività agricola e una maggiore esposizione a siccità e alluvioni. Per questo, sottolinea il rapporto, intervenire sull’erosione può produrre benefici a cascata sulla fertilità, sulla biodiversità, sulla regolazione idrica e sulla capacità dei terreni di resistere agli eventi climatici estremi.

Dopo l’erosione, le principali criticità sono la perdita di carbonio organico, la cattiva gestione dei nutrienti, la riduzione della biodiversità del suolo, la salinizzazione, l’inquinamento e l’impermeabilizzazione legata all’espansione urbana. La perdita di biodiversità è la minaccia con la tendenza al deterioramento più marcata, anche se la FAO precisa che il livello di confidenza dei dati disponibili è ancora limitato.

Le pressioni sono cresciute nell’ultimo decennio. Tra il 2015 e il 2024 la popolazione mondiale è aumentata di circa 800 milioni di persone, mentre tra il 2015 e il 2022 la superficie complessivamente raccolta per le principali colture si è ampliata di 80 milioni di ettari. Deforestazione, conversione dei terreni, lavorazioni frequenti o profonde, assenza di copertura vegetale, irrigazione inadeguata, uso improprio degli agrochimici, sovrapascolamento e urbanizzazione compromettono struttura e funzioni dei suoli. A queste cause si aggiungono cambiamento climatico e conflitti, che possono lasciare danni duraturi anche dopo la fine delle ostilità.

Le tecniche funzionano, ma incontrano ostacoli

Le soluzioni, osserva la FAO, sono già conosciute. Riduzione delle lavorazioni, colture di copertura, rotazioni e diversificazione colturale, restituzione dei residui, ammendanti organici, gestione integrata dei nutrienti e sistemi agroforestali possono ridurre contemporaneamente più forme di degrado, mantenendo o migliorando la produttività.

Non esiste però una pratica valida ovunque. La sua efficacia dipende dalle caratteristiche del suolo, dal clima, dalle colture, dalla disponibilità di mezzi e dalla sicurezza dei diritti di uso della terra. Le strategie integrate tendono a offrire risultati più solidi rispetto agli interventi isolati: associare minima lavorazione, copertura del terreno e mantenimento dei residui, ad esempio, può ridurre erosione e deflusso, migliorando allo stesso tempo struttura, uso dei nutrienti e stabilità delle rese.

L’adozione risulta più rapida quando i vantaggi economici per gli agricoltori sono visibili nel breve periodo, attraverso rese più elevate, minori costi o maggiore resistenza alla siccità. È invece più difficile quando i benefici – qualità dell’acqua, sequestro del carbonio, riduzione delle emissioni e tutela della biodiversità – maturano nel lungo termine e ricadono soprattutto sulla collettività. In questi casi, costi iniziali, rischi di transizione e possibili riduzioni temporanee delle rese rendono decisivi incentivi pubblici e strumenti di mercato adeguati.

Dalla conoscenza all’azione

Per accelerare il cambiamento, il rapporto individua cinque priorità:

  • rafforzare la governance e le norme di tutela del suolo;
  • investire in formazione, assistenza tecnica e scambio di conoscenze;
  • migliorare il monitoraggio attraverso dati e indicatori armonizzati;
  • introdurre incentivi efficaci;
  • coinvolgere agricoltori, comunità locali, ricercatori, istituzioni e imprese nei processi decisionali.

Accanto al rapporto, FAO e UNCCD hanno presentato anche la guida Living Soils, Productive Lands, Resilient Landscapes. Il documento propone di superare gli interventi di ripristino isolati e di adottare una gestione integrata dei paesaggi produttivi, secondo una precisa gerarchia: evitare il degrado dove è ancora possibile, ridurre le pressioni in corso e recuperare suoli e terreni già compromessi.

L’obiettivo è riportare i terreni agricoli al centro delle strategie nazionali per la neutralità del degrado, integrandoli nelle politiche climatiche, nei programmi per la biodiversità, nella pianificazione territoriale e nella trasformazione dei sistemi agroalimentari. I suoli producono infatti oltre il 95% degli alimenti, ma regolano anche l’acqua e il clima, ospitano biodiversità e sostengono milioni di attività economiche. Considerarli una risorsa strategica, conclude la FAO, significa trasformare rapidamente il patrimonio di conoscenze disponibile in azioni concrete.