12 Febbraio 2024

Secondo uno studio australiano il 29% degli impianti di conservazione dei residui delle miniere si trova all’interno o in prossimità di aree protette. Con notevoli rischi per l’ambiente

di Matteo Cavallito

 

Quasi un terzo degli scarti delle miniere di tutto il mondo è stoccato all’interno o in prossimità di aree protette. Lo segnala uno studio della University of Queensland di Brisbane, in Australia, evidenziando i rischi che ciò comporta. “Gli sterili minerari sono i residui della lavorazione dei minerali” e per conservarli sono necessarie “alcune delle strutture ingegneristiche più grandi al mondo”, spiega in una nota Bora Aska, ricercatrice del Sustainable Minerals Institute della stessa università e co-autrice della ricerca. “I nostri risultati – aggiunge – suggeriscono che i rifiuti minerari minacciano la biodiversità all’interno delle aree protette di tutto il mondo riconosciute come tali dall’International Union for the Conservation of Nature”.

Il 29% degli impianti di stoccaggio si trova nei pressi di aree protette

“I potenziali impatti sulla biodiversità a livello globale dovuti agli sterili sono per lo più sconosciuti”, si legge nello studio. “Abbiamo valutato la coincidenza spaziale tra 1.721 impianti di stoccaggio degli sterili noti e le aree attualmente protette o soggette ad altre priorità di conservazione come le zone chiave per la biodiversità e gli ecosistemi ancora intatti”. Ebbene:

“Il nove per cento degli impianti di conservazione si trova all’interno di aree protette e metà di essi è stata creata dopo la designazione delle stesse”, spiega lo studio. “Un altro 20% delle strutture si trova nel raggio di 5 km dalle aree sotto tutela con rischi ancora maggiori in caso di guasti a monte”.

I dati, emersi grazie alle informazioni rese pubbliche dalle compagnie quotate sulla spinta della Mining and Tailings Safety Initiative, un programma lanciato dall’ONU e dal fondo pensione della Chiesa di Inghilterra, evidenziano insomma un problema aperto. Nonostante gli impegni internazionali a tutela della biodiversità, infatti, gli impianti di stoccaggio continuano a sorgere all’interno delle zone protette e il fenomeno mostra una tendenza all’aumento.

Dai residui delle miniere rischi per l’ambiente

Secondo gli studiosi, gli sterili rappresentano un grave rischio per l’ambiente e le persone. Lo studio, inoltre, ricorda come il cedimento delle strutture di stoccaggio abbia causato negli anni notevoli disastri ambientali. Tra questi, ad esempio, il collasso della diga di Samarco, in Brasile, che nel 2015 ha provocato la morte di 19 persone travolte da un’ondata di rifiuti.

Ma anche, e soprattutto, la tragedia di Brumadinho, sempre in Brasile, che nel 2019 è costata la vita a 270 persone uccise anch’esse dal crollo di una diga. Distruggendo, inoltre, 133 ettari di foresta atlantica e 70 ettari di aree protette a valle.

Il ricordo di questi eventi, ovviamente, chiama in causa oggi la necessità di una migliore gestione dei residui anche in considerazione della loro probabile crescita in futuro. “Si prevede che la produzione totale di sterili aumenterà in modo significativo nei prossimi 30 anni a causa della crescente domanda di metalli di transizione e della diminuzione della qualità dei minerali”, spiega Laura Sonter, docente dell’Università del Queensland e co-autrice del lavoro. “A giudicare dall’attuale distribuzione globale degli impianti di stoccaggio degli sterili e il loro tasso di malfunzionamento, le conseguenze per la biodiversità potrebbero essere devastanti”.

Tutelare la biodiversità

Il tema è ovviamente centrale. L’impatto dei fattori umani sulla conservazione delle specie vegetali e animali è motivo di crescente attenzione. Al punto che alcuni osservatori hanno iniziato a parlare del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità come di autentiche “crisi gemelle”.

Oggi, spiega lo studio, “non sorprende che i fattori legati alla biodiversità siano raramente inclusi nella valutazione e nella classificazione dei rischi posti dagli impianti di stoccaggio degli sterili nuovi ed esistenti. Una maggiore trasparenza e un approccio olistico basato sulle conseguenze e supportato da dati, monitoraggio e nuove tecnologie, sono necessari per favorire un cambiamento a livello locale, nazionale e regionale”.