28 Marzo 2024

Rinverdire un deserto? Basta scavare “buche”

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Una ong olandese sta sviluppando un progetto per rinverdire i paesaggi africani, insieme agli agricoltori locali: scavare centinaia di buche a intervalli regolari per creare bacini d’acqua capaci di raccogliere l’acqua piovana. Già in due anni i risultati sono evidenti

di Emanuele Isonio

 

Visti dall’alto assomigliano a grandi distese di enormi bocche sorridenti. Metafora ideale di terreni che tornano a nuova vita, strappati ai processi di inaridimento e desertificazione. Molto più prosaicamente sono banali buche nel terreno. Il risultato del metodo escogitato da Justdiggit, organizzazione no profit olandese con sede operativa a Nairobi. La sua missione? Rinverdire i paesaggi africani nei prossimi 10 anni, cooperando con milioni di agricoltori locali.

La soluzione individuata per ripristinare la vita vegetale in aree dell’Africa attualmente sottoposte a inaridimento, erosione e desertificazione è effettivamente semplice quanto ingegnosa: scavare buche larghe circa 5 metri e lunghe poco più di 2, lungo i pendii. In questo modo, riescono a intercettare l’acqua che scorre lungo il suo percorso naturale. La terra rimossa per ottenere la buca viene ammucchiata intorno al bordo inferiore. In questo modo, la piccola vasca che si crea può raccogliere la preziosa acqua piovana, aumentando la disponibilità d’acqua. E i risultati sono piuttosto rapidi: in poco tempo, le piante tornano a crescere, invertendo il processo di desertificazione.

 

 

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Le buche avviano un circolo virtuoso

“I bacini rallentano e catturano l’acqua piovana che scorre a valle, prevenendo l’erosione del terreno fertile. L’equilibrio idrico nel suolo si ripristina, aumentando la disponibilità di acqua per i semi ancora presenti nel terreno” spiegano i tecnici di Justdiggit.

A quel punto, man mano che le piante rinascono e si sviluppano, si attiva un circolo virtuoso che continua a migliorare le condizioni di crescita della vegetazione. Le piante infatti raffreddano l’area circostante e ombreggiano il terreno. Questo riduce l’evaporazione e trattiene l’umidità, agevolando la diffusione delle aree verdi. Non solo: le piante catturano l’anidride carbonica in atmosfera, contribuendo a rallentare il riscaldamento terrestre.
Gli esperimenti vanno avanti ormai da qualche anno e dal Kenya si sono spostati anche in tre regioni della Tanzania, in Uganda e in Etiopia. Per calcolare meglio i risultati, l’organizzazione olandese ha stretto una partnership con Planet Labs, l’Agenzia spaziale europea (ESA) e l’Università di Leicester per utilizzare le telerilevazioni satellitari: secondo i calcoli dei promotori, i “sorrisi della terra” hanno permesso di estendere il rinverdimento su 300.000 ettari e hanno permesso la crescita di 10 milioni di alberi nell’Africa sub-sahariana.

“Poter mostrare l’impatto a lungo termine e a livello paesaggistico è essenziale” spiega Sander de Haas, esperto di regreening e direttore tecnico di Justdiggit. “I dati sono stati utilizzati durante tutto il processo di ripristino – dalla pianificazione alla valutazione – e hanno fornito informazioni preziose dati per riportare parametri completi a donatori e partner”.

L’allarme dell’UNCCD

Individuare metodi efficaci, possibilmente a basso costo e soprattutto replicabili dalle popolazioni locali per fronteggiare la desertificazione e il degrado dei terreni agricoli è quanto mai urgente. A fine 2023, gli esperti dell’UNCCD, Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione denunciavano che “il mondo fuori dalla traiettoria che potrebbe far raggiungere gli obiettivi di contrasto al degrado del suolo“. I numeri citati dall’organismo delle Nazioni Unite sono inequivocabili: in appena 4 anni, tra il 2015 e il 2019 sono andati perduti oltre 100 milioni di ettari di terreni sani e produttivi. E l’accelerazione del degrado del suolo riguarda tutte le regioni del mondo.

Sono ovviamente molti i fattori contribuiscono al degrado di un suolo. Ma la cattiva gestione o lo sfruttamento eccessivo di territorio contribuiscono in modo determinante perché la crescente domanda di cibo, carburante e materie prime aumenta la pressione sulle risorse naturali.

“Il consumo è il motore alla base di gran parte di ciò che vediamo nel paesaggio” spiega Barron Joseph Orr, capo scienziato dell’UNCCD. “Gli abiti che indossiamo oggi probabilmente contribuiscono al degrado del territorio altrove”.

Secondo le analisi Unccd, a livello globale è degradato circa il 40% dei territori. A sperimentare le condizioni peggiori di degrado, secondo l’organismo Onu, sono l’Asia centrale e orientale, l’America Latina e l’area caraibica. E le stesse regioni, oltre all’Africa sub-sahariana, sono anche quelle che hanno sperimentato i tassi più rapidi di degrado.

Orr cita, tra gli esempi più interessanti di rinverdimento, quello del Great Green Wall africano. La Grande Muraglia Verde in fase di realizzazione che, con i suoi 7600 chilometri, taglierà rasversalmente l’intero continente africano. Una fascia di territorio rigenerato e fertile che argini il Sahara ma sia anche uno strumento per ripensare l’idea di sviluppo, in un’ottica olistica che tenga in conto la stretta connessione tra rischi ambientali e condizioni socio-economiche. Il suo obiettivo è ripristinare 100 milioni di ettari di terreno degradato, sequestrare 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro verdi entro il 2030.