20 Luglio 2022

I pesticidi a base di fluoro conquistano il mercato e preoccupano gli scienziati

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La ricerca portoghese: i fluorurati rappresentano quasi il 70% di tutti i nuovi pesticidi introdotti nel mondo dal 2015 al 2020. Ma l’ambiente fatica a smaltirli. E il loro impatto sulla salute umana non è trascurabile

di Matteo Cavallito

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L’agricoltura globale fa i conti con un problema tuttora sottovalutato ma al tempo stesso sempre più evidente: la diffusione delle sostanze a base di fluoro contenute nei pesticidi. Lo sottolinea uno studio diffuso sulla rivista Environmental Pollution. L’indagine, ripresa nelle scorse settimane dal magazine Scientific American, punta il dito contro la persistente incertezza che caratterizza la gestione di questi composti a fronte delle diffuse preoccupazioni circa il loro impatto per l’ambiente e la salute umana.

Le sostanze in questione – chiamate PFASs – sono definite genericamente come forever chemicals, un’espressione tutt’altro che casuale. “I forever chemicals, conosciuti come sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, sono un sottoinsieme dei cosiddetti prodotti fluorurati“, scrive Scientific American. “Queste sostanze sono altamente stabili e vengono utilizzate nei prodotti progettati per resistere al grasso e all’acqua ma non sono facilmente biodegradabili”. Con tutto quel che ne segue.

Sostanze difficili da eliminare

I pesticidi fluorurati – quelli che contengono uno o più atomi di fluoro nella loro struttura molecolare – sarebbero particolarmente efficaci nel contrasto ai parassiti delle piante. Secondo i loro promotori, infatti, la loro riconosciuta stabilità chimica ne favorisce l’azione prolungata. Un aspetto, quest’ultimo, che li farebbe preferire ai loro omologhi privi di PFASs.

Ma è proprio la loro persistenza a destare ora la preoccupazione degli scienziati, Secondo Diogo Alexandrino, ricercatore dell’Università di Oporto, in Portogallo, e principale autore dello studio, l’emivita di alcuni fluorurati – ovvero il tempo necessario per il dimezzamento della loro presenza nell’ambiente dopo l’irrorazione – può raggiungere i 2 anni e mezzo.

“Sebbene inferiore a quello richiesto da alcuni vecchi pesticidi come il DDT”, scrive Scientific American, “si tratta comunque di un tempo relativamente lungo”. L’EPA, l’ Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, definisce infatti “persistenti” le sostanze inquinanti caratterizzate da un’emivita non inferiore a 60 giorni.

Danni per la salute

Il problema, nota Alexandrino, è che questi pesticidi possono avere “un impatto molto forte sull’ambiente, la biodiversità e la stessa salute umana”. In generale le sostanze perfluoroalchiliche sono correlate a una serie di gravi problemi come il cancro, le malattie del fegato, i problemi ai reni, il colesterolo alto, i difetti di nascita e l’indebolimento del sistema immunitario.

La loro diffusione, inoltre, non è legata ai soli pesticidi. Negli anni, infatti, la presenza di questi composti è stata rilevata anche “nella pioggia, negli imballaggi e nell’acqua usata per le colture”. I test, ha ricordato in passato il quotidiano britannico Guardian, “stanno riscontrando sempre più spesso i PFAS in verdure, frutti di mare, carne, latticini e alimenti trasformati”.

Mercato in crescita

Il successo dei fluorurati è un fenomeno relativamente recente. Alla fine del XX secolo la loro quota di mercato viaggiava attorno al 9%. Oggi, al contrario, sono in forte espansione. Al punto da rappresentare quasi il 70% di tutti i nuovi pesticidi introdotti nel mondo dal 2015 al 2020.

“In un arco di tempo di circa 30 anni”, si legge nella ricerca, “i pesticidi contenenti fluoro hanno ampliato drasticamente la loro presenza”. Due i fattori chiave: lo sviluppo di nuovi metodi di sintesi e la scadenza di brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale che impedivano la distribuzione di questi prodotti ad altre imprese concorrenti.

Ad oggi, concludono gli autori, “Nonostante la loro indiscussa appetibilità per il mercato agrochimico, questi pesticidi presentano una serie di caratteristiche che li rendono aggressivi per l’ambiente e l’ecosistema. Tali implicazioni, tuttavia, sono ancora in gran parte sconosciute. Per questo sono necessari ulteriori studi per garantirne una corretta gestione e regolamentazione”.