24 Agosto 2026

Insetti, produzione e biodiversità convivono nell’agriwilding

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Colture produttive, alberi, prati ricchi di specie e successione naturale: l’agriwilding, spiega uno studio belga, favorisce il ritorno degli impollinatori e apre nuove prospettive per un’agricoltura più sostenibile

di Matteo Cavallito

L’espansione dell’agricoltura intensiva è riconosciuta da tempo come una delle principali cause della perdita di biodiversità nel mondo. Per contro, alcune pratiche agricole sostenibili si sono dimostrate capaci non solo di non impattare in questo senso sugli ecosistemi che le ospitano ma anche, in alcuni casi, di promuoverne la rigenerazione. È il caso, ad esempio, dell’agriwilding, un approccio agricolo che combina colture produttive perenni e processi ecologici di rinaturalizzazione. E che, sostiene ora uno studio pubblicato sulla rivista Biological Conservation, può rappresentare una strategia efficace per produrre cibo favorendo contemporaneamente il recupero della varietà di specie.

La crisi della biodiversità nei paesaggi agricoli

La ricerca, a cura di un gruppo di studiosi della Vrije Universiteit di Bruxelles e dell’Università di Louvain, in Belgio, ha affrontato infatti uno dei nodi centrali della crisi ecologica contemporanea: come conciliare la sicurezza alimentare con la necessità di invertire la crisi ambientale in atto. “La perdita di biodiversità a livello globale, in particolare nei paesaggi agricoli, è fortemente determinata dal degrado e dalla frammentazione degli habitat associata all’intensificazione dell’agricoltura”, nota infatti lo studio sottolineando come l’espansione dell’agricoltura intensiva abbia ridotto la presenza di elementi fondamentali per molte specie, come siepi, alberi, prati e aree non coltivate, contribuendo soprattutto al declino degli insetti.

Tra i gruppi più colpiti ci sono le farfalle e le falene, organismi fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi perché partecipano all’impollinazione, costituiscono una risorsa alimentare per numerosi animali e svolgono un ruolo nelle reti ecologiche.

A fornire una possibile soluzione, come detto, c’è la pratica dell’agriwilding. Ma cosa rende davvero speciale questa tecnica? Il fatto, notano gli autori, è che essa si basa sull’impiego di “policolture perenni che combinano alberi e arbusti produttivi con prati ricchi di specie, consentendo al tempo stesso una successione ecologica parziale”. A differenza del più famoso rewilding, che punta al recupero di ecosistemi naturali autosufficienti, questo approccio, insomma, mantiene una componente produttiva integrando specie alimentari e dinamiche ecologiche.

L’agriwild supporta i lepidotteri

Per valutare il potenziale dell’agriwilding, i ricercatori hanno studiato il caso del De Wildernis, un sito di due ettari nella Valle dell’Aerebeek, nelle Fiandre trasformato nel 2009 da terreno agricolo convenzionale in un sistema con colture perenni, alberi, arbusti, stagni e prati gestiti. L’area è stata confrontata con campi agricoli tradizionali e siti a gestione naturalistica nella stessa valle. Attraverso osservazioni raccolte in 15 anni, gli studiosi hanno valutato l’evoluzione delle comunità di lepidotteri.

Ebbene: “Le osservazioni a lungo termine sulle farfalle indicano che il sito di agriwilding ha ospitato un’elevata quota del bacino di specie regionale dopo la conversione dell’uso del suolo”, spiega lo studio. Inoltre, “La composizione della comunità è passata da specie generaliste e mobili a specie più rare e associate alla vegetazione arborea e arbustiva, in parallelo con la successione ecologica e il progressivo aumento della complessità strutturale”.

Raddoppia la presenza di farfalle e falene

Nel dettaglio, nel periodo in esame sono state rilevate in momenti diversi 30 specie di farfalle, pari a oltre tre quarti delle 39 presenti nell’intera regione. In un successivo monitoraggio standardizzato, condotto per confrontare diversi modelli di gestione, De Wildernis ha mostrato una ricchezza di farfalle unica: 19 specie registrate in un solo anno contro le 10 osservate nei terreni agricoli convenzionali e le 12 individuate nelle aree a gestione naturalistica.

Eloquenti anche i risultati delle falene: 160 specie rilevate nel sito di agriwilding contro le 82 dei campi convenzionali. “Per quanto riguarda le falene, la ricchezza di specie è risultata paragonabile a quella delle riserve naturali”, precisano gli autori. “Ma la composizione delle comunità differiva in modo sostanziale, suggerendo che l’agriwilding crea habitat per specie rare o assenti in altri contesti”.

L’agricoltura è parte della soluzione

I risultati dello studio assumono un significato importante nello scenario continentale: in Europa, infatti, le popolazioni di farfalle sono diminuite drasticamente negli ultimi decenni e anche nelle Fiandre, dove è stato realizzato lo studio, molte specie risultano minacciate o scomparse. Anche per questo la ricerca suggerisce di integrare questi modelli nei programmi di sostegno alla biodiversità anche all’interno della PAC, la Politica agricola comune europea.

“L’agriwilding potrebbe essere incluso tra le misure sovvenzionate per gli agricoltori, sia come componente integrante delle superfici produttive sia accanto alle colture annuali”, sottolineano gli autori, “contribuendo così a sostenere la biodiversità e a rafforzare i servizi ecosistemici, come l’impollinazione e il controllo naturale dei parassiti”.

Secondo gli scienziati saranno ora necessari ulteriori studi per capire quanto questi risultati possano essere replicati su scala più ampia. Ma l’esperienza della ricerca dimostra comunque, ancora una volta, attraverso una progettazione più orientata ai processi ecologici, che i terreni agricoli possano diventare parte della soluzione alla crisi della biodiversità. Creando sistemi complessi in cui le dimensioni della produzione alimentare e della conservazione degli ecosistemi si rafforzano reciprocamente.