Ecosistemi, 252 milioni di ettari interessati da interventi di recupero
Il primo bilancio globale UNEP documenta interventi in 149 Paesi. Il recupero degli ecosistemi terrestri avanza, ma non abbastanza: per raggiungere gli obiettivi del 2030 occorre quadruplicare gli investimenti, puntando soprattutto su agroforestazione, riforestazione e torbiere
di Emanuele Isonio
Sono 252 milioni gli ettari di ecosistemi degradati attualmente interessati da interventi di ripristino nel mondo. Una superficie paragonabile a quella del Kazakistan, distribuita in 149 Paesi. È il risultato più significativo del rapporto Nature’s Comeback – Scaling Ecosystem Restoration for People and Planet, pubblicato il 29 ottobre dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), dalla FAO e dal Segretariato della Convenzione sulla diversità biologica (CBD).
Il documento, presentato durante la COP17 sulla biodiversità a Yerevan, in Armenia, rappresenta il primo bilancio globale dei progressi compiuti nel Decennio ONU per il ripristino degli ecosistemi (2021-2030). E restituisce un quadro contrastante:
gli interventi stanno raggiungendo dimensioni senza precedenti, ma la loro diffusione rimane insufficiente per conseguire tutti gli obiettivi internazionali. Soprattutto, servono investimenti molto superiori a quelli attuali.

Tra il 2015 e il 2019, ogni anno sono stati degradati almeno 100 milioni di ettari di terreno sano e produttivo, con ripercussioni sulla sicurezza alimentare e idrica a livello globale. Tale perdita equivale a due volte la superficie della Groenlandia e incide sulla vita di 1,3 miliardi di persone, che si stima siano direttamente esposte al degrado del suolo. FONTE: FAO, UNEP and SCBD. 2026. Restoration progress report: Nature’s comeback – Scaling ecosystem restoration for people and planet. Rome.
Il recupero dei territori avanza, soprattutto in Asia
Il ripristino degli ecosistemi terrestri è il settore nel quale si registrano i progressi maggiori. Secondo il rapporto, le superfici interessate dagli interventi hanno raggiunto quasi la metà dell’obiettivo globale previsto per il 2030 dal Quadro mondiale per la biodiversità di Kunming-Montreal, che punta ad avviare un recupero efficace di almeno il 30% degli ecosistemi degradati.
La distribuzione geografica degli interventi è però molto disomogenea. L’Asia concentra 192,2 milioni di ettari, oltre tre quarti del totale mondiale. Seguono l’Africa con 36,3 milioni, l’Europa con 9,1 milioni, l’America settentrionale e centrale con 5,8 milioni, il Sud America con 5,4 milioni e l’Oceania con 3,2 milioni.
La Cina, da sola, dichiara 127,4 milioni di ettari di ecosistemi terrestri interessati da interventi di ripristino. Superfici importanti sono documentate anche in Mongolia, Kazakistan, Etiopia e Indonesia.

Tra le varie regioni, l’Asia orientale e sud-orientale, così come l’America Latina e i Caraibi, presentano nel 2019 una quota di territorio degradato superiore a quella riscontrata a livello globale, rispettivamente pari al 24,39% e al 19,64%. L’Africa subsahariana, tuttavia, ha registrato tassi di degrado del territorio superiori alla media globale, con un incremento della quota di suolo degradato dal 7,14% al 14,5% nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019. FONTE: FAO, UNEP and SCBD. 2026. Restoration progress report: Nature’s comeback – Scaling ecosystem restoration for people and planet. Rome.
Questi numeri, precisano gli autori, non devono essere interpretati come una classifica delle prestazioni ambientali dei singoli Paesi. Le differenze dipendono anche dall’estensione dei territori, dalla dimensione dei programmi e dalla capacità di raccogliere e comunicare i dati.
Inoltre, un terreno interessato da un intervento di ripristino non è necessariamente un terreno già recuperato. Il ritorno delle funzioni ecologiche, della biodiversità e della fertilità può richiedere molti anni, durante i quali è indispensabile verificare l’efficacia delle misure adottate.

Aree interessate da azioni di recupero. FONTE: FAO, UNEP and SCBD. 2026. Restoration progress report: Nature’s comeback – Scaling ecosystem restoration for people and planet. Rome.
Agroforestazione e torbiere tra le priorità
La sfida principale riguarda ora le risorse economiche. Secondo il rapporto, per rispettare gli impegni internazionali gli investimenti annuali destinati al ripristino degli ecosistemi dovrebbero passare dagli attuali 64 miliardi di dollari a 296 miliardi entro il 2030: un incremento superiore a quattro volte.
Una parte consistente di queste risorse dovrebbe essere destinata proprio agli ecosistemi terrestri e alla gestione sostenibile del territorio.
L’agroforestazione, che integra alberi e arbusti nei sistemi agricoli, rappresenta la voce con il maggiore fabbisogno stimato: 87 miliardi di dollari all’anno. Seguono la riforestazione finalizzata al recupero degli ecosistemi, con 52 miliardi, e il ripristino delle torbiere, con 44 miliardi.
Si tratta di interventi che possono contribuire a recuperare le funzioni dei suoli degradati, favorire la biodiversità, migliorare la gestione dell’acqua e rafforzare la capacità degli ecosistemi di immagazzinare carbonio.
Le torbiere, in particolare, svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del clima grazie alle grandi quantità di carbonio accumulate nei loro suoli. Quando vengono drenate o degradate, una parte di questo carbonio può essere rilasciata nell’atmosfera.
Gli ecosistemi acquatici restano indietro
Il quadro è meno incoraggiante per gli ambienti d’acqua dolce, marini e costieri.
Soltanto 11 milioni di ettari di ecosistemi d’acqua dolce risultano interessati da interventi di ripristino in 62 Paesi. Per gli ecosistemi marini e costieri la superficie documentata è di 5,7 milioni di ettari, distribuiti in 46 Paesi. Sono proprio questi ambienti, osservano gli autori, a registrare alcuni dei processi di degrado più rapidi. La disponibilità di informazioni rimane tuttavia limitata e potrebbe portare a sottostimare gli interventi effettivamente realizzati.

Ecosistemi di acqua dolce (acque interne) oggetto di ripristino, suddivisi per regione. NOTA: I valori rappresentano la superficie di acque dolci (acque interne) oggetto di ripristino, documentata attraverso le fonti incluse nella presente valutazione. Le differenze tra le regioni possono riflettere, tra gli altri fattori, l’estensione degli ecosistemi di acque dolci (acque interne), la scala e la tipologia degli interventi di ripristino, nonché l’ampiezza del monitoraggio e della rendicontazione. FONTE: FAO, UNEP and SCBD. 2026. Restoration progress report: Nature’s comeback – Scaling ecosystem restoration for people and planet. Rome.
Un segnale positivo arriva dalle zone umide: la percentuale di Paesi che dichiarano di aver attuato programmi di ripristino o riabilitazione è passata dall’8% al 54% rispetto al 2022.
Il problema non è soltanto ripristinare, ma conservare i risultati
Il rapporto sottolinea che il recupero degli ecosistemi non può essere affidato esclusivamente a singoli progetti, anche quando producono risultati significativi.
Per rendere duraturi i benefici occorre affrontare le cause del degrado, dalla gestione non sostenibile delle risorse naturali alla trasformazione degli habitat, e costruire sistemi di monitoraggio capaci di verificare nel tempo l’evoluzione degli ecosistemi.
Un ruolo importante viene attribuito anche alle comunità locali e alle popolazioni indigene, il cui coinvolgimento è considerato essenziale per garantire la continuità degli interventi.
Il ripristino può inoltre generare benefici economici e occupazionali. Le iniziative documentate hanno già contribuito alla creazione di oltre un milione di posti di lavoro verdi. Secondo le stime riportate nel documento, un’accelerazione degli investimenti potrebbe favorirne fino a 32 milioni aggiuntivi entro il 2030.
La conclusione del primo bilancio globale è dunque duplice. Da un lato, l’estensione degli interventi dimostra che recuperare gli ecosistemi degradati è possibile anche su larga scala. Dall’altro, il raggiungimento degli obiettivi internazionali richiede un cambiamento di passo, soprattutto negli investimenti e nella capacità di garantire risultati duraturi.
Per i suoli, questo significa passare dalla realizzazione di interventi isolati a strategie capaci di contrastare stabilmente il degrado, recuperare le funzioni ecologiche dei terreni e integrare il ripristino nella gestione ordinaria dei territori agricoli e naturali.

UNEP - Kadir van Lohuizen / NOOR
Krzysztof Ziarnek, Kenraiz / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
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