19 Gennaio 2022

“Le comunità indigene sono il baluardo più efficace contro la deforestazione”

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Lo studio britannico: nelle zone sotto il controllo delle popolazioni native si registra fino al 26% di deforestazione in meno rispetto alle altre aree. E in Africa i territori delle comunità fanno meglio delle aree protette

di Matteo Cavallito

 

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Nel mondo le aree gestite dai popoli indigeni sperimentano un minor tasso di deforestazione nel confronto con la altre distese tropicali. Lo rivela una ricerca a cura dell’Università di Shieffield. L’indagine, pubblicata sulla rivista Nature, si è concentrata su diversi territori in Asia, America Latina e Africa dove l’opera di conservazione delle comunità native si è rivelata, nel complesso, non meno efficace di quella delle autorità preposte al controllo delle zone poste sotto protezione. La distruzione delle aree forestali, sottolinea l’ateneo britannico, suscita sempre maggiore preoccupazione da parte dei governi. Che, in occasione della COP26 di Glasgow, si sono impegnati a stanziare 19 miliardi di dollari per bloccare il fenomeno entro il 2030.

Fino a un quarto di deforestazione in meno nelle terre dei nativi

Utilizzando i dati satellitari, una risorsa sempre più decisiva nello studio e nel contrasto al disboscamento, e confrontando aree simili per caratteristiche morfologiche e geografiche, i ricercatori hanno potuto raccogliere dati inequivocabili. Nelle zone sotto il controllo delle popolazioni native, riferisce lo studio, si registrava una minore deforestazione. Con una riduzione compresa tra il 17% e il 26% rispetto alla media globale registrata nelle altre aree. Ancora più interessanti i dati disaggregati.

“In Africa, le terre gestite dalle comunità indigene hanno mantenuto la copertura forestale più di quanto abbiano fatto le aree protette, che hanno registrato livelli di deforestazione simili a quelli delle zone non tutelate”, spiega Jocelyne Sze, ricercatrice del Grantham Centre for Sustainable Futures dell’Università di Sheffield e principale autore dello studio.

Non solo: “Nella regione Asia-Pacifico, che va dall’India alle Figi, i tassi di deforestazione erano simili nelle terre indigene e nelle aree protette. Entrambe presentavano percentuali inferiori di circa un quinto rispetto alle altre zone” aggiunge la docente britannica.

Dati contrastanti in America

I numeri provenienti dal continente americano, per contro, offrono un quadro apparentemente diverso. Anche qui le comunità native dimostrano una certa abilità nel ridurre la deforestazione (-17% nel confronto con le zone non protette). Ma con un efficacia inferiore rispetto ai gestori delle aree sotto tutela (-28% rispetto ai tassi registrati nelle zone prive di protezione). “Il che è abbastanza sorprendente – osserva la ricercatrice – dal momento che molte ricerche condotte in precedenza in Brasile, Panama e Perù hanno rilevato che le comunità indigene proteggono le foreste meglio di quanto faccia lo Stato nei territori posti sotto la sua protezione”.

Le aree protette? “Nascono spesso violando i diritti umani”

La ricerca ha il merito di evidenziare l’importanza delle risorse, troppo spesso sottovalutate, messe in campo dalle popolazioni native nella difesa dei loro territori. La comunità Cofán nell’Amazzonia ecuadoregna, ad esempio, opera un monitoraggio costante della propria terra e ha da tempo istituito assemblee periodiche per prendere decisioni sulle coltivazioni da sospendere e per regolamentare la caccia degli animali a rischio.

L’istituzione delle zone sotto tutela da parte delle autorità, per contro, rivela nonostante tutto i suoi lati oscuri. “La creazione di aree protette consente di ridurre la deforestazione” spiega ancora Jocelyne Sze. “Ma può anche significare lo sfratto di comunità che hanno vissuto nelle foreste per generazioni, impedendo loro di accedere a risorse e siti sacri”. Queste operazioni, aggiunge, “sono state spesso rese possibili attraverso la violazione dei diritti umani, le intimidazioni violente e persino le uccisioni ad opera delle autorità e di altri soggetti”.