18 Agosto 2022

Il degrado del suolo minaccia le zone umide del Lesotho

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Circa un terzo delle zone umide del Lesotho evidenzia un degrado del suolo. Da uno studio promosso dalla FAO le prime informazioni utili per avviare le operazioni di ripristino

di Matteo Cavallito

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Le zone umide del Lesotho soffrono il crescente degrado del suolo a causa di diversi fattori tra cui l’eccesso di pascolo. Lo suggerisce una nota della FAO. L’indagine, condotta dall’organizzazione ONU in collaborazione con il governo locale, ha evidenziato numeri preoccupanti: secondo i ricercatori, infatti, i terreni erosi sono stati rilevati in oltre il 30% delle aree analizzate. I risultati, spiega ancora la FAO, sono il punto di partenza per la creazione di un database per il monitoraggio dell’ambiente nella nazione africana. Un primo passo per l’implementazione di azioni di contrasto al degrado stesso.

Lo studio sul campo in Lesotho

Avviato alla fine dello scorso anno, lo studio ha permesso di raccogliere dati sulla vegetazione e lo stato di conservazione delle aree umide del Paese. Combinando le informazioni satellitari con l’indagine sul campo, i ricercatori hanno potuto mappare le diverse zone analizzando 861 punti di osservazione e traendo diverse conclusioni. In totale, circa un terzo dei terreni evidenziava uno stato di erosione. Il 7% di questi si caratterizzava per un eccesso di pascolo mentre il 5% scontava gli effetti della conversione agricola.

Inoltre, precisano gli autori, “Il processo di degrado più diffuso è rappresentato dalla diffusione di specie invasive, che causano la perdita di vegetazione autoctona e sana nelle zone umide. La presenza di queste ultime è stata registrata in oltre il 30% delle zone umide esaminate. Il 13% di queste, in particolare, è stato soggetto all’invasione di arbusti”.

Il ruolo delle zone umide

La ricerca chiama in causa l’importanza delle zone umide che, ricorda uno studio dell’Università Nazionale del Lesotho diffuso nel 2021, sono ricche di biodiversità e forniscono diversi servizi tra cui la fornitura d’acqua per uso agricolo e lo stoccaggio del carbonio.

Non a caso, segnalavano gli autori, “queste zone umide svolgono un ruolo significativo a livello locale, nazionale e regionale e costituiscono un’importante risorsa idrica per Paesi come il Lesotho, il Sudafrica e la Namibia. Malgrado la loro rilevanza, alcune di queste aree sono scomparse e le condizioni delle rimanenti stanno peggiorando, soprattutto a causa dei comportamenti umani“.

Nel corso degli anni, il diffuso degrado di queste aree ha interessato molte regioni nel mondo, inclusa l’Europa. Gli sforzi di recupero mirano al ripristino degli habitat naturali come strumento di mitigazione del cambiamento climatico. Le zone umide, infatti, svolgono un ruolo insostituibile nell’idrologia del paesaggio e nel ciclo dell’acqua, producendo effetti favorevoli sul clima.

L’indagine è la base per le attività di ripristino

Secondo i promotori del progetto il lavoro di indagine consentirà ora di intervenire efficacemente nel contrasto al fenomeno. “L’individuazione precoce delle popolazioni invasive è fondamentale per migliorare la gestione, il controllo e l’eradicazione”, ha dichiarato David Mwesigwa, coordinatore del progetto. “Le informazioni sulla distribuzione e sull’abbondanza delle popolazioni invasive sono quindi molto importanti per valutare l’impatto della loro diffusione nelle zone umide”.

In questo ambito, l’uso dei dati satellitari “consente di misurare e monitorare la distribuzione spaziale della vegetazione sana e delle specie invasive”, ha spiegato Lorenzo De Simone, funzionario geospaziale della FAO. Si tratta, ha aggiunto, di “informazioni fondamentali per le attività di ripristino e protezione”. Il progetto, realizzato in collaborazione con il Ministero delle Foreste e della Conservazione del suolo e con il Ministero delle Acque del Lesotho, è finanziato dall’Unione Europea attraverso la GIZ, l’Agenzia federale tedesca per la Cooperazione Internazionale.