20 Giugno 2024

La contaminazione da fluoro colpisce le lontre britanniche

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Le lontre decedute in prossimità di una fabbrica nel Regno Unito evidenziano tracce di sostanze perfluoroalchiliche tossiche diffuse nell’ambiente e nel suolo. Lo rivela uno studio dell’Università di Cardiff

di Matteo Cavallito

 

La contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche o PFAS (PerFluorinated Alkylated Substances) non risparmia le lontre britanniche. Lo segnala una ricerca dell’Università di Cardiff pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology. Il fenomeno solleva ancora una volta preoccupazione per l’impatto di questi composti sull’acqua, il suolo e la salute umana.

“Le sostanze chimiche PFAS sono altamente solubili in acqua e spesso entrano nell’ambiente attraverso le acque reflue dell’industria e quelle di scarico delle fognature, oltre che dai deflussi delle discariche e dalle schiume antincendio”, spiega Emily O’Rourke, ricercatrice dello stesso ateneo gallese in una nota. “In qualità di principali predatori delle acque dolci britanniche, le lontre possono accumulare queste sostanze attraverso la loro dieta, diventando così indicatori efficaci della contaminazione ambientale”.

Le lontre nel mirino

Lo studio è parte di un progetto di ricerca sulle lontre di tutto il Regno Unito. L’indagine, in particolare, si è posta l’obiettivo di analizzare le concentrazioni di 33 tipi di PFAS negli esemplari trovati morti tra il 2015 e il 2019, concentrandosi su un’area nei pressi di una fabbrica che, in precedenza, aveva utilizzato queste stesse sostanze nei suoi processi.

“Nonostante il suo uso sia cessato nel 2012, le concentrazioni di PFOA (acido perfluoroottanoico, ndr) sono rimaste elevate in prossimità della fabbrica (con oltre 298 microgrammi per chilo a meno di 20 chilometri da quest’ultima) diminuendo poi oltre una certa distanza (meno di 57 microgrammi per chilo a oltre 150 km dall’impianto)”, si legge nella ricerca.

Secondo gli autori, di conseguenza, le lontre finiscono, loro malgrado, per agire come autentiche “sentinelle nel valutare il successo degli interventi di mitigazione evidenziando l’importanza di un monitoraggio continuo”.

Le sostanze persistono nel suolo

I PFAS sono chiamati anche forever chemicals, un’espressione che ne indica la  persistenza nei terreni. Queste sostanze, ha scritto la rivista Scientific American, “sono altamente stabili e vengono utilizzate nei prodotti progettati per resistere al grasso e all’acqua ma non sono facilmente biodegradabili”.

A ospitarle, tra gli altri, sono prodotti come i pesticidi fluorurati – quelli che contengono uno o più atomi di fluoro nella loro struttura molecolare – che sono particolarmente efficaci nel contrasto ai parassiti delle piante proprio per via della loro stabilità chimica.

Tale caratteristica, infatti, ne favorisce l’azione prolungata, limitandone però i margini di smaltimento. Secondo alcune stime, l’emivita di alcuni fluorurati – ovvero il tempo necessario per il dimezzamento della loro presenza nell’ambiente dopo l’irrorazione – può raggiungere i 2 anni e mezzo. L’EPA, l’ Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, definisce “persistenti” le sostanze inquinanti caratterizzate da un’emivita non inferiore a 60 giorni.

I sostituti non sembrano essere una soluzione

Lo studio britannico prende in considerazione anche le sostanze “sostitutive” che negli ultimi anni hanno soppiantato in parte le PFAS tradizionali. Le sostanze chimiche più vecchie, ora regolamentate, sono ancora presenti nelle lontre in concentrazioni più elevate, rilevano gli autori. Ma alcuni composti nuovi sono stati comunque rilevati nella maggior parte degli esemplari.

Secondo O’Rourke, dunque, molte sostanze sostitutive “sono, o potrebbero diventare, contaminanti globali“. Questo fenomeno appare “particolarmente preoccupante a causa della loro possibile tossicità”, già evidenziata, conclude la ricercatrice, da alcuni studi sui ratti e sui pesci.