10 Aprile 2024

La biodiversità è la chiave per la rigenerazione degli ecosistemi

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Uno studio brasiliano evidenzia come l’impiego di una maggiore biodiversità delle specie reintrodotte nelle aree soggette a ripristino limiti la colonizzazione delle specie invasive

di Matteo Cavallito

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La biodiversità di specie e di caratteristiche funzionali favorisce la buona riuscita delle pratiche di rigenerazione nelle aree deforestate. A suggerirlo è un’indagine condotta dall’Università Statale di Campinas, in Brasile. Le scoperte sono particolarmente utili nel fornire indicazioni agli esperti impegnati nella riforestazione del Cerrado, la savana situata al centro del Paese e nota per la ricchezza della sua biodiversità.

“Mentre la deforestazione in Amazzonia si dimezzava, dicono i dati, il disboscamento è aumentato del 43% nel Cerrado”, spiega una nota diffusa dalla FAPESP, una fondazione pubblica per la ricerca con sede a San Paolo. Studi precedenti “hanno già evidenziato l’urgenza di combattere la distruzione del bioma. Tuttavia, non è sufficiente difendere ciò che rimane: occorre anche ripristinare”.

Il problema delle specie invasive

Il problema, però, è che la rigenerazione di ciò che esisteva non è un’operazione semplice visto che le aree soggette a questo tipo di intervento sperimentano tipicamente la costante colonizzazione da parte delle piante esotiche, ovvero di quelle specie invasive che non sono originarie di quel bioma.

“Molti progetti di restauro attualmente in corso mirano a produrre una rapida copertura vegetale nell’area interessata, nel nostro studio tuttavia dimostriamo che questa non è sempre la strategia migliore”, ha spiegato, citata dalla FAPESP, Ana C. C. Oliveira, ricercatrice dell’Università di Sao Paulo e co-autrice dello studio.

Qualsiasi iniziativa di ripristino – aggiunge – deve basarsi su una profonda comprensione dell’ecologia dell’ecosistema da ripristinare. Spesso, però, questo non avviene”.

Il ruolo della biodiversità

Secondo Oliveira, la maggiore biodiversità favorirebbe la resistenza all’invasione delle piante non autoctone, “probabilmente a causa della competizione per le risorse nel suolo acido e povero di nutrienti del Cerrado”. Come evidenziano studi precedenti, le comunità con maggiore diversità tendono ad avere livelli più bassi di risorse disponibili.

Questo penalizza le specie esotiche che, di norma, hanno bisogno di grandi quantità di risorse per sostenere la propria crescita rapida.

“Le piante, in qualsiasi ambiente, sopravvivono e crescono grazie a una serie di strategie ecologiche associate all’anatomia e alla morfologia di elementi come foglie, fusti e radici: queste caratteristiche sono note come attributi funzionali”, ha spiegato Guilherme G. Mazzochini, ricercatore dell’Università di Campinas e co-autore dello studio. Ed è proprio su queste caratteristiche che si sono concentrati gli autori.

Lo studio

Nel corso della ricerca, condotta in un’area di pascolo abbandonata oggi inserita nel Parco Nazionale Chapada dos Veados, nel Brasile centro-occidentale, i ricercatori hanno cercato di capire “come le comunità di erbe autoctone composte da specie con strategie ecologiche diverse influenzino l’invasione”, spiega lo studio.

“In particolare, abbiamo testato l’ipotesi che una maggiore diversità funzionale sopra e sotto il suolo riduca la colonizzazione delle specie esotiche”, spiegano. “Abbiamo inoltre valutato se i singoli effetti prodotti dalle specie autoctone avessero un impatto positivo o negativo rispetto a questo fenomeno”.

I ricercatori hanno quindi installato 302 parcelle di due metri per due dove hanno seminato otto diverse specie autoctone in combinazione tra loro per creare comunità composte con strategie ecologiche diverse. In seguito hanno quantificato la biomassa fuori terra delle piante esotiche che puntualmente si sono ripresentate come misura dell’invasione.

Maggiore diversità significa meno specie invasive

Le parcelle seminate con una sola specie autoctona presentavano una biomassa esotica 3,6 volte superiore a quella delle omologhe con otto specie, affermano i ricercatori. Decisivi, spiegano, alcuni elementi come la maggiore diversità funzionale in termini di altezza delle piante e di lunghezza specifica delle radici. La diversità di altezza delle specie autoctone, in particolare, sembra limitare la quantità di luce solare che raggiunge le specie invasive.

Anche le radici, in ogni caso, giocano un ruolo essenziale. Secondo i ricercatori, le parcelle a monocoltura presentavano in media una biomassa esotica 4,7 volte maggiore rispetto alle parcelle con una maggiore diversità di lunghezza a livello radicale. Alla luce di tutto questo, rileva lo studio, i risultati della ricerca “evidenziano la necessità di un’attenta selezione delle specie da impiegare nei programmi di ripristino”.