3 Maggio 2024

In Australia la rigenerazione forestale non incide sul sequestro di CO2

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Uno studio evidenzia come i progetti di ripristino realizzati in Australia abbiano avuto un impatto trascurabile sulla copertura arborea. Un dato che mette apertamente in discussione l’efficacia del carbon market nazionale

di Matteo Cavallito

I progetti di rigenerazione forestale condotti in Australia si sarebbero dimostrati inefficaci nel compensare le emissioni di CO2. Un fenomeno problematico alla luce dell’importanza attribuita da tempo al mercato dei crediti di carbonio che, come noto, si basa proprio sulla capacità di alcune specifiche iniziative di favorire il sequestro dell’elemento dall’atmosfera.

A suggerirlo è uno studio condotto dall’Australian National University (ANU) in collaborazione con la società Haizea Analytics e le università del New South Wales (UNSW) e del Queensland. La ricerca, pubblicata sulla rivista Communications Earth & Environment, ha analizzato un totale di 182 progetti.

Il ripristino delle foreste ha generato crediti per 37 milioni di tonnellate

“Le compensazioni di carbonio sono state un elemento centrale della politica climatica in Australia per due decenni”, spiega lo studio. “Nell’ambito di un mercato dei crediti (il primo al mondo) attivo nel Nuovo Galles del Sud e nel Territorio della Capitale australiana tra il 2003 e il 2012, è stato possibile utilizzare compensazioni originate da appositi progetti studiati per soddisfare gli obblighi di riduzione delle emissioni”, spiega lo studio.

Ogni credito di carbonio immesso sul mercato, precisano gli autori, equivale a 1 tonnellata di CO2.

In questo scenario, quelli relativi alla rigenerazione delle foreste native sono diventati i progetti più popolari. Dall’istituzione del meccanismo di scambio questi ultimi hanno infatti generato 37 milioni di crediti, pari al 30% del totale circolante sul mercato nazionale, coprendo quasi 42 milioni di ettari, prosegue lo studio. Si tratta della “quinta tipologia di compensazione basata sulla natura più diffusa al mondo e la più estesa sul mercato se si escludono i progetti fondati sulle cosiddette emissioni evitate”.

Lo studio in Australia

I progetti analizzati, che interessano soprattutto le zone aride interne del Queensland, del Nuovo Galles del Sud e dell’Australia Occidentale, non prevedono la piantumazione di alberi. Le iniziative, infatti, puntano a rigenerare le foreste autoctone per via indiretta, riducendo il numero di capi di bestiame e di animali selvatici. Un sistema controverso, osservano gli autori in una nota dell’Australian National University, dal momento che molte ricerche condotte nelle praterie del Paese dimostrerebbero per contro l’assenza di un impatto rilevante del pascolo e della presenza animale in generale sulla copertura arborea.

Studiando i dati satellitari disponibili dal 1988 al 2022, gli autori hanno valutato eventuali disparità nell’andamento della copertura arborea tra le aree coinvolte nei progetti e quelle adiacenti. I risultati, ha dichiarato Andrew Macintosh, docente dell’Australian National University e co-autore dello studio, suggeriscono che i progetti “sono stati sostanzialmente sovra-accreditati e stanno in gran parte fallendo”.

La copertura arborea è aumentata meno dell’1%

Le iniziative, precisa, hanno prodotto più di 27 milioni di crediti nel periodo osservato ma, a dispetto delle intenzioni, nelle aree interessate “la copertura arborea non è aumentata affatto”. Secondo gli autori, in particolare, “quasi l’80% dei progetti ha registrato una variazione negativa o trascurabile della presenza di alberi”.

In totale, “nell’area osservata, estesa per 3,4 milioni di ettari, la copertura è aumentata appena dello 0,8% nel periodo oggetto di studio”.

E l’impatto sul sequestro di carbonio? Non rilevante, suggeriscono gli autori: “Gli aumenti limitati della copertura forestale, spiega lo studio, “suggeriscono che questi progetti di rigenerazione hanno fatto poco per aiutare l’Australia a rispettare i suoi obblighi internazionali di mitigazione”.

Così si aggrava il cambiamento climatico

Secondo Don Butler, un altro dei docenti coinvolti nello studio, “i cambiamenti osservati nella copertura della vegetazione legnosa sono prevalentemente attribuibili a fattori estranei alle attività del progetto, a cominciare con ogni probabilità dalle precipitazioni”. In sintesi, conclude la co-autrice Megan Evans, dell’Università di Camberra, “i progetti hanno ampiamente fallito nel rigenerare le foreste autoctone e l’evidenza suggerisce che la situazione non migliorerà”.

E non senza conseguenze: “Quando i crediti di carbonio vengono rilasciati sulla base di progetti che non sono in grado di sequestrare la quantità di carbonio dichiarata, il cambiamento climatico peggiora. I crediti derivanti da progetti di questo genere favoriscono un aumento delle emissioni che non viene compensato da una riduzione delle stesse in altri settori”.