30 Luglio 2024

Amazzonia, con le iniziative di protezione -83% di deforestazione

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Nel primo decennio del secolo l’Amazzonia ha sperimentato un forte calo della deforestazione, spiega uno studio internazionale. Ma i benefici economici per i nativi sono stati limitati. Per questo servono nuove iniziative

di Matteo Cavallito

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Le iniziative di protezione del territorio nell’Amazzonia brasiliana hanno ridotto i livelli di deforestazione fino a un massimo dell’83% tra il 2000 e il 2010. A sostenerlo è una ricerca internazionale pubblicata sulla rivista Nature Ecology & Evolution, Si tratta di “risultati impressionanti” che “evidenziano il ruolo vitale delle politiche di protezione del territorio nel raggiungimento di obiettivi ambiziosi, tra cui l’obiettivo delle Nazioni Unite sulla biodiversità di proteggere il 30% della superficie del Pianeta entro il 2030″, spiega una nota diffusa dagli autori. L’impatto economico delle iniziative di tutela, però, non è stato pienamente soddisfacente. Soprattutto per le popolazioni native che, da sempre, costituiscono il gruppo sociale più svantaggiato del Paese.

Lo studio, che ha coinvolto ricercatori provenienti da diverse università (tra cui Manchester, Sheffield, Stoccolma, Boston, Rio de Janeiro e Canberra) ha evidenziato in ogni caso la necessità di sviluppare nei prossimi anni soluzioni più ambiziose facendo seguito, peraltro, ai miglioramenti registrati negli ultimi tempi. “Sebbene i tassi di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana siano recentemente diminuiti”, si legge nella nota, ”nel 2023 la regione perderà comunque 5.000 chilometri quadrati di foresta pluviale – pari a tre volte la dimensione della Grande Londra“.

Meno deforestazione ma pochi benefici economici

I ricercatori hanno esaminato tre diversi accordi di protezione: quelli per la tutela dei territori indigeni (IT), fondati sulla restituzione della terra e delle risorse ancestrali alle popolazioni native, le intese sulle cosiddette Strict protected areas (SPAs) che vietano ogni attività con l’eccezione di quelle a lieve impatto, e gli accordi “per l’uso sostenibile” (Sustainable use protected areasSUPA) che consentono l’impiego sostenibile delle risorse naturali proibendo però lo sviluppo di una produzione industriale su larga scala nell’area.

L’obiettivo dell’indagine era quello di confrontare i risultati ambientali e quelli socioeconomici valutando le differenze tra le aree protette e quelle non protette (utilizzate per l’agricoltura e l’estrazione mineraria) e analizzando l’impatto delle scelte fatte per l’ambiente e le persone.

Ebbene: “Le intese per la protezione dei territori indigeni hanno ridotto la deforestazione in una misura compresa tra il 48 e l’83% nel confronto con tutte le altre aree caratterizzate da un diverso uso del suolo generando però benefici economici inferiori (qui i redditi erano fino al 36% più bassi rispetto ad altre zone tutelate diversamente, ndr)”. “Al contrario, le intese sulle Strict protected areas e, potenzialmente, gli accordi per l’uso sostenibile del terreno non hanno ridotto la deforestazione nel confronto con i territori caratterizzati dall’agricoltura su piccola scala (con proprietà terriere inferiori a 10 ettari), ma lo hanno fatto, in una misura compresa tra il 70 e l’82%, rispetto a quelli che ospitano proprietà agricole più estese”.

Un nativo su tre vive in povertà

In sintesi, nota la ricerca, “Queste riduzioni della deforestazione si sono spesso verificate senza conseguenze negative dal punto di vista socio-economico”. Tuttavia, “(gli accordi di protezione relativi a, ndr) i territori indigeni e le aree protette a uso sostenibile sono stati efficaci contro la deforestazione alimentata dalle attività estrattive generando però miglioramenti più modesti in termini di introiti e di riduzione della disuguaglianza“.

Nelle popolazioni indigene del Brasile, ricorda lo studio, il 33% degli individui vive al di sotto della soglia di povertà. Un dato particolarmente alto su cui pesa, in particolare, la mancanza di protezione sociale e di adeguati programmi di sostegno alternativi. Per questo, spiegano, la necessità di proteggere la foresta deve accompagnarsi contemporaneamente a iniziative ulteriori “per garantire che queste comunità non siano ulteriormente svantaggiate”.

Alla ricerca di un equilibrio per l’Amazzonia

La protezione delle terre indigene, ha sottolineato Marina Schmoeller, ricercatrice dell’Università Federale di Rio de Janeiro e co-autrice della ricerca, appare particolarmente importante “per proteggere la biodiversità”. Un aspetto da non trascurare anche alla luce delle battaglie legali e dei dibattiti legislativi in corso che “potrebbero limitare le rivendicazioni dei popoli indigeni per le terre non solo in Amazzonia ma anche nel resto del Paese.”

Secondo Karl Evans, ricercatore della University of Sheffield e co-autore dell’indagine, l’istituzione di aree protette e di territori tutelati per le popolazioni native, peraltro, si sarebbe rivelata “molto efficace” nella riduzione della deforestazione in Amazzonia.

La ricerca, aggiunge tuttavia il suo collega dell’Università di Manchester, Johan Oldekop, “dimostra che la tutela dei diritti alla terra e alle risorse per le popolazioni indigene è uno strumento necessario, ma forse insufficiente, per conciliare conservazione e sviluppo”. Per questo, conclude Bowy den Braber, ricercatore dell’Università di Sheffield e principale autore dello studio, “soppesare attentamente i benefici e gli svantaggi delle diverse opzioni di utilizzo del territorio può aiutare i responsabili politici a massimizzare i progressi verso gli obiettivi di conservazione e sviluppo”.