20 Ottobre 2022

Alle elezioni in Brasile è in gioco anche il futuro dell’Amazzonia

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Lo studio diffuso da Carbon Brief: al ballottaggio del 30 ottobre si gioca il futuro di quasi 76 mila chilometri quadrati di Amazzonia. A tanto ammonterebbe il calo della deforestazione previsto in caso di successo dell’ex presidente Lula

di Matteo Cavallito

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Una sconfitta di Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali brasiliane potrebbe salvare dalla distruzione quasi 76mila chilometri quadrati di Amazzonia da qui alla fine del decennio. Lo sostiene un’analisi diffusa da Carbon Brief. Il calcolo, rileva il portale ambientalista, si basa sull’ipotesi che il suo sfidante, l’ex presidente Lula da Silva, “si impegnerebbe ad affrontare la deforestazione illegale, in linea con la sua precedente presidenza”, il suo rivale “continuerebbe a gestire una debole governance dell’ambiente. Si ipotizza inoltre che queste condizioni resteranno invariate fino al 2030”.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, dell’International Institute for Applied System Analysis (IIASA) e del National Institute for Space Research (INPE). Gli scienziati hanno preso in considerazione diversi modelli di implementazione del Codice di Protezione Forestale già approvato dal Brasile ma mai pienamente applicato. Il ballottaggio tra i due candidati è previsto per il 30 ottobre.

Con Bolsonaro è aumentato il ritmo di deforestazione

Secondo un’indagine a cura della ONG brasiliana Instituto Centro de Vida, del centro di indagine giornalistica Unearthed di Greenpeace e del Bureau of Investigative Journalism, dopo aver sperimentato una diffusa deforestazione tra il 2000 e il 2004 che ha portato alla distruzione di quasi 28mila chilometri quadrati di territorio, l’Amazzonia ha conosciuto in seguito anni di relativa tranquillità. Tanto che dal 2004 al 2012 l’abbattimento degli alberi è diminuito dell’84%.

La tendenza si è invertita già nel corso della presidenza di Dilma Rousseff. Ma è con l’elezione di Bolsonaro alla fine del 2018 che la distruzione della foresta ha conosciuto una forte accelerazione.

“Negli ultimi quattro anni, il presidente ha indebolito le tutele ambientali esistenti e legittimato le attività illegali”, scrive Carbon Brief. Il risultato, prosegue, è che nei soli primi tre anni della sua presidenza, l’Amazzonia ha perso 34mila chilometri quadrati di territorio, un’area, per capirci, superiore all’estensione del Belgio.

Durante la presidenza Bolsonaro la deforestazione dell'Amazzonia è aumentata a ritmi crescenti. Immagine: Carbon Brief Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Durante la presidenza Bolsonaro la deforestazione dell’Amazzonia è aumentata a ritmi crescenti. Immagine: Carbon Brief Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Due scenari per l’Amazzonia

Il Codice in vigore in Brasile obbliga i proprietari terrieri a preservare una certa quota di foresta sulla loro proprietà ripristinando i terreni che sono stati spogliati illegalmente. Negli ultimi anni, sostiene l’organizzazione, le modifiche al testo e, in generale, la sua scarsa applicazione hanno accompagnato il mandato del presidente uscente. Secondo Aline Soterroni, una delle ricercatrici coinvolte nello studio, se la normativa continuasse ad essere ignorata, la deforestazione proseguirebbe a un ritmo annuale medio superiore ai 10mila km2 da qui al 2030.

Gli esperti, scrive Carbon Brief, ritengono che vi siano “poche ragioni” per pensare che la legge fondamentale per la protezione dell’Amazzonia sarà applicata in caso di rielezione di Bolsonaro.

Al contrario, se il Codice dovesse essere applicato – uno scenario possibile, secondo i ricercatori, solo in caso di vittoria da parte di Lula – i livelli di deforestazione annuali si ridurrebbero dell’89%, passando dai 13.038 km2 attuali (dati 2021) ai 1.480 km2 che si registrerebbero alla fine del decennio.

Salvare la foresta è tutt’altro che impossibile

L’atteso impegno per la foresta da parte Lula, sostiene Carlos Rittl, senior policy advisor dell’organizzazione di Oslo Rainforest Foundation Norway, sarebbe legato al suo riavvicinamento politico con l’ex ministro dell’Ambiente Marina Silva che, scrive Carbon Brief, “ha supervisionato gran parte dei successi della sua amministrazione in Amazzonia”. Allontanatisi negli ultimi anni, ha evidenziato Rittl, i due si sono incontrati per discutere insieme “le proposte per un Brasile più sostenibile”. Le operazioni di tutela dell’Amazzonia, per altro non implicherebbero costi enormi. Anzi.

Secondo un recente studio delle università di Miami, Belém e Rio de Janeiro, trasformare oltre l’80% della foresta in area protetta (contro l’attuale 51%), comporterebbe una spesa iniziale compresa tra 1 e 1,6 miliardi di dollari.

L’intervento, che implicherebbe la tutela aggiuntiva di 130 milioni di ettari, determinerebbe poi costi di manutenzione che dovrebbero oscillare tra 1,7 e 2,8 miliardi di dollari all’anno. Si tratterebbe, in definitiva, di una cifra equivalente alla metà circa della spesa sostenuta dall’Unione Europea per la tutela delle sue zone di conservazione. Che pure si estendono per appena un milione di ettari.