28 Ottobre 2026

Nuovo record per il consumo di suolo. Ma 2.100 km² si possono recuperare

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Nel 2025 l’Italia ha perso altri 102 km² di territorio naturale, oltre 3 metri quadrati al secondo. Il nuovo rapporto ISPRA-SNPA documenta l’accelerazione del fenomeno, ma individua anche le opportunità per invertire la tendenza: rigenerazione urbana, depavimentazione, recupero delle superfici compromesse

di Emanuele Isonio

 

Il consumo di suolo in Italia continua ad accelerare. Ma per la prima volta, accanto alla fotografia di un territorio progressivamente occupato da edifici, infrastrutture e altre superfici artificiali, arriva anche una mappa delle opportunità per invertire la tendenza. Sono oltre 2.100 chilometri quadrati le superfici potenzialmente recuperabili individuate dal nuovo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA), presentato ieri a Roma.

Un patrimonio di aree che potrebbe contribuire a restituire spazio alla natura, favorire la rigenerazione urbana e ridurre la necessità di occupare nuovi terreni. Il dato rappresenta la principale novità dell’edizione 2026 del rapporto Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio, che affianca al monitoraggio delle trasformazioni territoriali una prima ricognizione nazionale delle possibilità di recupero.

Ogni secondo scompaiono oltre tre metri quadrati di suolo

I numeri del 2025 confermano una situazione preoccupante. In dodici mesi sono stati consumati oltre 102 chilometri quadrati di suolo, equivalenti a più di 10.200 ettari. Significa che ogni giorno vengono trasformati oltre 280mila metri quadrati di territorio, a una velocità superiore ai tre metri quadrati al secondo.

consumo di suolo in Italia 2026

Le superfici artificiali occupano ormai 21.644 chilometri quadrati, pari al 7,19% del territorio nazionale. Gli interventi di ripristino hanno interessato appena 746 ettari, insufficienti a compensare le nuove trasformazioni. Il bilancio netto rimane così negativo per quasi 9.500 ettari.

Il fenomeno interessa pressoché tutto il Paese. Dal 2006, nuove coperture artificiali sono state registrate nel 96% dei comuni italiani. Nell’ultimo anno la Sicilia ha perso oltre 1.600 ettari di suolo, seguita dal Lazio con più di 1.400. Puglia e Lombardia superano entrambe i mille ettari.

Considerando invece la quota complessiva di territorio già artificializzato, il primato spetta alla Lombardia, con il 12,27%, seguita dal Veneto (11,87%) e dalla Campania (10,65%).

La distribuzione del consumo di suolo nelle varie regioni. FONTE: ISPRA-SNPA, Rapporto sul Consumo di suolo in Italia 2026.

La distribuzione del consumo di suolo nelle varie regioni. FONTE: ISPRA-SNPA, Rapporto sul Consumo di suolo in Italia 2026.

Cantieri, logistica e infrastrutture: le cause del consumo

L’analisi ISPRA permette anche di individuare le principali trasformazioni responsabili della perdita di suolo.

Oltre la metà delle nuove superfici artificiali, il 52,6%, è legata ai cantieri, che nel 2025 hanno interessato 5.387 ettari. I nuovi edifici hanno determinato una crescita complessiva delle superfici occupate di 1.160 ettari, considerando anche le costruzioni realizzate su cantieri preesistenti.

Un ruolo crescente è svolto dalla logistica, che ha aggiunto 390 ettari in un solo anno, soprattutto in Piemonte e nel Lazio.

Prosegue inoltre l’espansione degli impianti fotovoltaici a terra, con 2.798 ettari aggiuntivi, quasi quaranta volte il valore registrato nel 2021. Un dato che richiama l’attenzione sulla necessità di conciliare lo sviluppo delle energie rinnovabili con la tutela dei terreni agricoli e naturali.

Il consumo avanza anche nelle aree più fragili: nel 2025 sono stati artificializzati altri 1.106 ettari in zone a rischio alluvione e 707 ettari in aree a rischio frana.

consumo di suolo in Italia 2026

La novità: una mappa per recuperare il suolo

La parte più innovativa del rapporto riguarda le possibilità di recupero.

ISPRA e SNPA hanno individuato oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente disponibili per interventi di rigenerazione e ripristino. La mappatura permette di orientare le scelte territoriali verso il riutilizzo delle aree già trasformate, anziché continuare a consumare terreni naturali e agricoli.

Le opportunità comprendono anche 3.281 chilometri quadrati di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 chilometri quadrati di tetti che potrebbero ospitare impianti fotovoltaici.

A queste possibilità si affianca il patrimonio edilizio inutilizzato: secondo i dati riportati da ISPRA, in Italia esistono quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che rappresentano un potenziale di recupero e riutilizzo.

Le sole aree pubbliche urbane considerate idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari. Le estensioni maggiori si trovano nel Lazio, in Lombardia e in Veneto. Tra i comuni, Roma presenta la superficie potenzialmente recuperabile più ampia.

Si tratta, naturalmente, di opportunità individuate attraverso la mappatura, non di interventi già programmati o automaticamente realizzabili. Il passaggio dal potenziale al recupero effettivo richiede valutazioni locali, progettazione e risorse.

Meno suolo naturale significa anche città più calde

Il rapporto evidenzia inoltre le conseguenze del consumo di suolo sulla qualità ambientale delle città.

Oltre due terzi delle nuove trasformazioni territoriali si concentrano nelle aree urbane. Nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di copertura arborea.

La progressiva impermeabilizzazione modifica il comportamento termico delle superfici e contribuisce ad amplificare le isole di calore urbane. Nelle zone maggiormente impermeabilizzate, le temperature del suolo possono superare di oltre 10 °C quelle delle aree rurali circostanti, con punte locali di 12 °C. Dove la presenza degli alberi è maggiore, invece, le temperature risultano fino a 1,6 °C più basse.

Sono differenze che mostrano come la tutela del suolo non riguardi soltanto la conservazione della fertilità agricola o della biodiversità sotterranea, ma anche l’adattamento delle città ai cambiamenti climatici.

I miliardi di costi dimenticati

Connessi alle conseguenze ambientali, sociali e sanitarie, ci sono i costi del consumo di suolo. Troppo spesso dimenticati e strettamente connessi con la perdita di servizi ecosistemici: ogni anno il consumo di suolo avvenuto negli ultimi 20 anni ha causato da un minimo di 9,3 a un massimo di 11,3 miliardi di euro all’anno.

Il valore più alto di perdita è associato al servizio di regolazione del regime idrologico, ovvero all’aumento del deflusso superficiale prodotto dal consumo di suolo e a cui sono associati valori di perdita del flusso annuale tra il 2006 e il 2025 stimati tra 8,6 e 10 miliardi di euro l’anno. A questo servizio è connesso anche il valore più alto di perdita tra il 2024 e il 2025, mentre complessivamente nell’ultimo anno si stima una perdita del flusso di servizi ecosistemici compreso tra 605 e 739 milioni di euro l’anno.

Alla perdita del flusso annuale si può aggiungere il valore perso complessivamente in capitale naturale non più disponibile che, nel periodo 2006-2025, è stimato tra 21,9 e 27,8 miliardi di euro, di cui un miliardo e mezzo dovuto al consumo di suolo dell’ultimo anno, in gran parte associato alla perdita di capacità di produzione agricola e in misura minore alla perdita della capacità del suolo di stoccare e sequestrare il carbonio.

Dalla misurazione del problema alle possibilità di intervento

La prima mappatura nazionale delle superfici recuperabili offre dunque uno strumento aggiuntivo per affrontare un fenomeno che continua ad allontanare l’Italia dall’obiettivo europeo di azzerare il consumo netto di suolo entro il 2050.

I dati del 2025 confermano che gli interventi di ripristino restano ancora molto inferiori alle nuove trasformazioni. Allo stesso tempo, la ricognizione ISPRA mostra che esistono spazi già compromessi sui quali intervenire, attraverso depavimentazione, rinaturalizzazione, forestazione urbana e riutilizzo delle superfici artificiali.

La sfida è trasformare queste opportunità in interventi effettivi, riducendo progressivamente la distanza tra il suolo che ogni anno viene consumato e quello che si riesce a recuperare.