16 Ottobre 2026

Sfruttare gli scarti agricoli per ridurre la plastica nei suoli

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Il progetto europeo SOUL conclude il primo anno di attività. Diciassette partner al lavoro per sviluppare 11 prodotti innovativi con almeno il 95% di materie prime rinnovabili. Previste sperimentazioni sul campo in cinque Paesi europei

di Emanuele Isonio

 

È possibile trasformare gli scarti agricoli in materiali innovativi, come i biopolimeri compostabili, capaci di sostituire le plastiche convenzionali e, una volta terminata la loro funzione, biodegradarsi nel suolo senza danneggiare l’ambiente? È la sfida che sta affrontando SOUL, progetto europeo di ricerca e innovazione che punta a sviluppare 11 prodotti a base biologica destinati all’agricoltura e ad altre applicazioni all’aperto.

Dopo dodici mesi di attività, i 17 partner del consorzio si sono riuniti a Madrid, il 7 e 8 ottobre, per fare il punto sui risultati raggiunti e programmare le prossime fasi della ricerca. Il bilancio del primo anno è positivo: i primi biomateriali sono già stati condivisi con le aziende incaricate di trasformarli in prodotti finiti e una formulazione è stata realizzata su scala industriale.

I rappresentanti dei 17 partner del progetto SOUL durante l'incontro a Madrid di inizio ottobre. FOTO: progetto SOUL

I rappresentanti dei 17 partner del progetto SOUL durante l’incontro a Madrid di inizio ottobre. FOTO: progetto SOUL

Undici prodotti per ridurre l’impatto delle plastiche

L’agricoltura utilizza numerosi prodotti in plastica che, una volta esaurita la loro funzione, possono risultare difficili da recuperare. È il caso, ad esempio, dei film per la pacciamatura, impiegati per proteggere le colture e contenere la crescita delle erbe infestanti, ma anche dei fili e delle clip utilizzati per sostenere le piante. In alcune applicazioni, frammenti di questi materiali possono rimanere nel terreno, contribuendo alla contaminazione da microplastiche.

SOUL punta a prodotti che garantiscano le prestazioni richieste durante l’utilizzo e offrano soluzioni più sostenibili per la gestione del fine vita.

Il progetto comprende 11 prodotti innovativi, tra cui film per la pacciamatura, rivestimenti per fertilizzanti a rilascio controllato, clip e fili agricoli, diffusori di feromoni, reti per tappeti erbosi, protezioni per giovani alberi e materiali da intaso per campi sportivi.

La caratteristica comune è l’elevato contenuto di materie prime rinnovabili: almeno il 95%, secondo gli obiettivi progettuali. Le risorse utilizzate provengono da residui agricoli, sottoprodotti dell’industria agroalimentare e colture a basso impatto ambientale coltivate su terreni marginali.

L’ambizione è duplice: ridurre il ricorso alle materie prime fossili e migliorare la gestione dei prodotti al termine del loro utilizzo. A seconda delle applicazioni, le soluzioni previste comprendono la biodegradazione nel suolo, il compostaggio, il riutilizzo o il riciclo.

Materiali innovativi, ma compatibili con le tecnologie esistenti

Una delle sfide più importanti riguarda la possibilità di produrre questi nuovi materiali utilizzando le tecnologie già disponibili nell’industria delle materie plastiche.

Per questo motivo, il progetto coinvolge sia centri di ricerca sia imprese specializzate nello sviluppo e nella trasformazione dei biomateriali.

Novamont, CSIC, EVOenzyme e AITIIP stanno lavorando alla messa a punto delle nuove formulazioni, condividendo competenze scientifiche e risultati sperimentali. Parallelamente, partner industriali come Tenax, Sicor e Moses si occupano della trasformazione dei materiali in prodotti finiti.

Il primo anno ha già portato a risultati concreti. Come spiegato da Carolina Peñalva, coordinatrice del progetto per AITIIP, tutti gli obiettivi e i risultati intermedi programmati sono stati raggiunti nei tempi previsti. “I partner hanno già iniziato a condividere con le aziende manifatturiere i primi materiali biodegradabili nel suolo e una formulazione è stata prodotta su scala industriale”, ha dichiarato Peñalva durante l’incontro annuale di Madrid.

Nei prossimi mesi proseguiranno le attività di validazione su scala industriale e la preparazione delle sperimentazioni sul campo.

Biodegradabile non significa automaticamente innocuo

Un aspetto centrale del progetto riguarda la verifica delle prestazioni ambientali dei nuovi materiali.

La provenienza rinnovabile delle materie prime, infatti, non garantisce di per sé la biodegradabilità di un prodotto. Allo stesso modo, la capacità di un materiale di biodegradarsi deve essere valutata nelle condizioni ambientali previste per il suo utilizzo e il suo fine vita, verificando anche l’assenza di effetti ecotossici indesiderati.

Per questo SOUL dedica una parte importante delle attività alla valutazione della biodegradazione, dell’ecotossicità e degli effetti sulla fertilità del terreno.

Normec OWS ha avviato le analisi sui campioni di biomateriali forniti dai partner, mentre AIMPLAS sta sviluppando uno strumento di modellizzazione e previsione del comportamento dei materiali durante la biodegradazione.

Il progetto segue inoltre l’approccio Safe and Sustainable by Design, che prevede di integrare sicurezza e sostenibilità fin dalle prime fasi di progettazione. Le valutazioni comprendono anche l’analisi del ciclo di vita (LCA), per esaminare gli impatti ambientali delle soluzioni sviluppate.

L’obiettivo è evitare che la sostituzione delle plastiche convenzionali con nuovi materiali comporti il trasferimento degli impatti ambientali da una fase all’altra del ciclo produttivo o del fine vita.

Cinque Paesi per mettere alla prova i nuovi prodotti

Dopo il primo anno dedicato principalmente allo sviluppo dei materiali e alla definizione dei protocolli di verifica, SOUL si prepara a una nuova fase: la sperimentazione in condizioni reali.

Sono previsti cinque siti dimostrativi in Italia, Spagna, Portogallo, Polonia e Irlanda, dove verranno valutate le prestazioni dei prodotti in differenti contesti ambientali e operativi.

Il programma di validazione è coordinato dall’istituto polacco IUNG – Institute of Soil Science and Plant Cultivation. Il piano dettagliato delle prove sarà completato nei prossimi mesi con il contributo dei partner del consorzio.

Le sperimentazioni permetteranno di verificare il comportamento dei materiali nelle applicazioni previste e raccogliere dati utili a valutarne le possibilità di futura commercializzazione.

Una rete europea tra ricerca, imprese e agricoltori

SOUL non si limita allo sviluppo tecnologico. Il progetto punta anche a favorire il confronto tra ricercatori, imprese, agricoltori, decisori politici e altri soggetti interessati all’innovazione nella bioeconomia.

A questo scopo è stato costituito il Multi-Actor Advisory Panel (MAP), un gruppo consultivo che ha tenuto il suo primo incontro nel settembre 2026. Il panel permette di raccogliere indicazioni e osservazioni da soggetti esterni al consorzio, contribuendo a orientare lo sviluppo dei prodotti verso esigenze concrete.

Re Soil Foundation, partner del progetto e responsabile delle attività di comunicazione, divulgazione, formazione e coinvolgimento degli stakeholder, ha presentato durante l’incontro di Madrid i risultati delle iniziative realizzate nel primo anno.

Parallelamente, l’European Bioeconomy Bureau segue l’evoluzione delle politiche europee legate alla bioeconomia e ai materiali innovativi. Nel maggio scorso ha contribuito a organizzare a Bruxelles il primo workshop del progetto dedicato alle politiche di settore.

Coordinato dalla spagnola Fundación AITIIP e sostenuto dalla Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), con il cofinanziamento dell’Unione europea, SOUL riunisce 17 partner europei e un partner associato svizzero.

La sfida dei prossimi anni sarà dimostrare che materiali ottenuti da risorse rinnovabili possono offrire prestazioni industriali adeguate, ridurre l’impronta ambientale dei prodotti e contribuire a prevenire la contaminazione del suolo.

Un risultato che, se confermato dalle sperimentazioni e dalle valutazioni ambientali, potrebbe aprire nuove opportunità per l’impiego delle bioplastiche nelle attività agricole e in altri settori nei quali il recupero dei materiali dopo l’utilizzo rappresenta ancora una difficoltà.