18 Settembre 2026

Agricoltura resiliente, una lezione dall’età del Bronzo

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Nell’età del Bronzo il miglio contribuì a rispondere alle pressioni climatiche e demografiche sull’agricoltura. Una storia di diversificazione che parla anche al presente

di Matteo Cavallito

Nell’Europa dell’età del Bronzo l’introduzione del miglio comune (Panicum miliaceum), una coltura resistente alla siccità, contribuì a trasformare non soltanto la dieta ma anche l’uso del territorio. Secondo un recente studio pubblicato su Science Advances, in particolare, questo prodotto sarebbe entrato a far parte dell’alimentazione delle popolazioni della Polonia sudorientale all’inizio del XVI secolo a.C., oltre cento anni prima di quanto stimato finora.

La sua diffusione, però, non sarebbe legata all’arrivo di popolazioni straniere bensì alla sua progressiva adozione da parte delle comunità locali che avrebbero esteso le loro coltivazioni verso terreni meno adatti a cereali tradizionali come frumento e orzo. Una vicenda che offre importanti spunti di riflessione per il nostro presente, segnato dal cambiamento climatico e dalla necessità di rendere più resilienti i sistemi alimentari.

Una società sottoposta a forti pressioni

Nel II millennio a.C. il Vecchio Continente attraversò una fase caratterizzata da oscillazioni climatiche, crescita demografica e maggiore mobilità. Nutrire una popolazione in aumento, adattandosi al mutamento delle condizioni ambientali, richiedeva quindi l’adozione di nuove strategie in agricoltura. È in questo contesto che nell’Europa centrale comparve questa nuova coltura estiva, sviluppata nella Cina settentrionale circa ottomila anni fa e successivamente diffusasi verso occidente attraverso l’Asia centrale.

Caratterizzato da un ciclo vegetativo breve, il miglio tollera condizioni relativamente aride e può crescere su suoli poco favorevoli ad altri cereali. Nonostante queste caratteristiche e il suo valore nutritivo, la sua coltivazione in Europa è oggi pressoché assente.

Lo studio, che ha coinvolto ricercatori di Lituania, Polonia, Belgio e Regno Unito, si è concentrato sull’analisi dei resti di popolazioni vissute nell’attuale Polonia tra il 2200 e il 1000 a.C., combinando datazioni al radiocarbonio, dati archeologici, antropologici e genetici e determinazione paleoproteomica del sesso. A questo si è aggiunta l’analisi degli isotopi di carbonio, azoto, ossigeno e stronzio. I primi due elementi hanno permesso di ricostruire la dieta, gli altri hanno fornito indicazioni sull’origine geografica degli alimenti. “Le conoscenze acquisite sui processi di integrazione delle colture”, hanno sottolineato gli autori, “possono contribuire al dibattito sulle strategie con cui affrontare le sfide attuali”.

Nuove opportunità per l’agricoltura

Le analisi hanno collocato le prime tracce del consumo di miglio intorno al 1588 a.C., retrodatandone di oltre un secolo la presenza nella dieta dell’Europa centrale. Inizialmente poco diffuso, il cereale sarebbe diventato un alimento importante attorno al 1400 a.C.  L’esame di tessuti formatisi in diverse fasi della vita ha evidenziato come molti, tra i primi consumatori, fossero cresciuti con una dieta basata sui cereali tradizionali e avessero introdotto il miglio soltanto in età adulta. Inoltre, i dati genetici, archeologici e isotopici non sostengono l’ipotesi di una singola migrazione di popolazioni già abituate al consumo di questo prodotto.

Bensì quella di “una progressiva introduzione del miglio, cui è seguita l’adozione di questa coltura come alimento di base, associabile a un importante cambiamento nelle strategie di sussistenza che ha aperto nuove opportunità di utilizzo del territorio”.

Le caratteristiche della pianta, in altre parole, aprirono possibilità che frumento e orzo non offrivano, consentendo di utilizzare suoli fino a quel momento poco sfruttati, ampliando la gamma degli ambienti accessibili all’agricoltura. “Poiché il miglio è più resistente alla salinità, ai suoli poveri e/o alle condizioni aride rispetto alle cosiddette colture C3 (tra cui cereali tradizionali come frumento e orzo, ndr), poteva essere coltivato in aree inadatte a un’agricoltura basata queste ultime”, sottolineano i ricercatori.

Una strategia antica che parla al presente

L’innovazione non consistette quindi nella semplice sostituzione di un cereale ma nella diversificazione del sistema produttivo e nella riorganizzazione dell’uso del territorio. “Per rispondere alla crescente domanda di cibo e ai possibili cambiamenti climatici, le società dell’età del Bronzo adottarono una nuova coltura alimentare resiliente per ottimizzare l’utilizzo di aree fino ad allora marginali e migliorare la sicurezza alimentare”, ha osservato Margaux Depaermentier, ricercatrice dell’Università di Vilnius e principale autrice dello studio.

Questa esperienza rappresenta una lezione importante. Il caso analizzato, infatti, suggerisce che la capacità di adattamento di un sistema agricolo può dipendere anche dalla diversità delle piante coltivate e dalla possibilità di associarle agli ambienti più adatti. Quanto accaduto 3.600 anni fa, insomma, evidenzia il grande valore della diversificazione in agricoltura, che permette di utilizzare meglio le risorse disponibili rafforzando la resilienza al cambiamento delle condizioni climatiche e demografiche. Un principio valido ancora oggi.