14 Settembre 2026

Foreste europee, ecco perché la resilienza deve essere misurabile

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Le raccomandazioni di eLTER: superficie e biomassa non bastano più a definire la capacità di ripresa delle foreste. Necessari nuovi indicatori, osservazioni di lungo periodo e modelli capaci di anticipare i rischi

di Matteo Cavallito

Pur essendo di fatto ancora “in piedi” alcune foreste avrebbero già perso parte della loro capacità di riprendersi dall’impatto dei fenomeni avversi. È da questa considerazione che prende il via il nuovo documento di indirizzo di eLTER, un’infrastruttura europea di ricerca che coordina una rete di siti dedicati all’osservazione di lungo periodo degli ecosistemi e dei sistemi socio-ecologici. Al cuore del problema, spiegano gli autori, non c’è soltanto la perdita immediata di alberi ma anche e soprattutto la capacità degli ecosistemi di continuare a tutelare la biodiversità, immagazzinare carbonio, regolare le acque e sostenere le comunità rurali. Tutti aspetti di cui occorre tenere conto nella gestione forestale.

“Le foreste europee sono sempre più esposte agli eventi climatici estremi, ma la loro resilienza può essere rafforzata se diventa un obiettivo centrale della gestione: essa deve essere monitorata, valutata e prevista in modo sistematico”, si legge nel documento pubblicato nei giorni scorsi. Solo in questo modo, infatti, è possibile “individuare segnali di allerta precoce, quantificare la resilienza stessa e valutare i risultati della gestione”.

L’impatto del clima non è solo un problema di superficie e biomassa

Negli ultimi trent’anni, ricorda il documento, il tasso di disturbo delle foreste europee è più che raddoppiato. Gli eventi legati al clima, come siccità e incendi, ad esempio, comportano già costi annuali di diversi miliardi di euro e, se il riscaldamento proseguisse senza controllo, le perdite causate dai fenomeni combinati potrebbero triplicare entro la metà del secolo. Alle perdite economiche si aggiungono, inoltre, le conseguenze sulla biodiversità, sui paesaggi culturali e sulle attività delle aree rurali, insieme all’aumento del rischio di alluvioni e frane.

Il contributo delle foreste alla mitigazione climatica si sta riducendo: oggi gli ecosistemi forestali europei assorbono circa 360 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.

Aspetti come l’invecchiamento dei popolamenti, l’intensificazione dei prelievi e la maggiore frequenza dei disturbi, tuttavia, restano un problema e in queste condizioni, proseguono gli autori, gli obiettivi climatici sono a rischio. In questo scenario, la capacità di previsione e di intervento deve fare i conti con sistemi di monitoraggio non ottimali che non forniscono informazioni sulla resilienza delle foreste. “La rendicontazione attuale si concentra su superficie e biomassa, trascurando parametri essenziali come la capacità di recupero, la diversità strutturale o la rigenerazione”, spiega il documento. Tuttavia, “I piani di gestione forestale raramente tengono conto degli scenari climatici e delle proiezioni sulle dinamiche delle foreste”.

Nuovi modelli per valutare le foreste

Superficie e biomassa, in altre parole, restano parametri importanti ma non permettono di sapere quanto una foresta sia vicina a perdere stabilità né se riuscirà a recuperare. Secondo gli esperti di eLTER è quindi necessario affidarsi a indicatori capaci di misurare rigenerazione, diversità strutturale e funzionale, frammentazione, connettività del paesaggio e possibilità delle specie di adattarsi o spostarsi al mutare del clima. Una risposta importante, in questo senso, viene dai dati satellitari che possono offrire segnali di allerta precoce: una crescente variabilità dell’attività fotosintetica, associata a un rallentamento del recupero, può anticipare il collasso della crescita o della vitalità.

Secondo gli esperti, occorre inoltre prestare maggiore attenzione ai disturbi combinati, ancora poco rappresentati nei sistemi convenzionali.

Il rischio, in particolare, dovrebbe essere valutato mettendo in relazione tre elementi: il fattore climatico, la vulnerabilità della foresta e la sua capacità di adattamento. “I modelli di simulazione, su scale che vanno dal popolamento al paesaggio, possono combinare queste componenti per prevedere i regimi di disturbo e le traiettorie delle foreste nei climi futuri,cosa, sostenendo l’analisi di scenari ipotetici e preparando a rischi più intensi e inediti”, sottolinea il documento. Ma questo approccio implica anche una gestione più vicina ai processi naturali e attenta al cambiamento climatico, la migrazione assistita, attentamente pianificata, di specie e provenienze adatte alle nuove condizioni, la diversificazione delle foreste e il ripristino delle loro funzioni idrologiche.

Prevenire gli eventi estremi

A livello politico, il documento raccomanda di introdurre obiettivi quantitativi di resilienza nelle strategie forestali, nei piani di adattamento, nei piani climatici ed energetici e in quelli per il ripristino della natura. Pagamenti per i servizi ecosistemici e crediti per natura e biodiversità potrebbero sostenere economicamente gli interventi. È fondamentale, inoltre, adottare modelli capaci di simulare diversi scenari per anticipare gli eventi climatici estremi e valutarne le conseguenze ambientali, sociali ed economiche.

Anche la pianificazione locale, infine, deve guardare al futuro e concentrarsi sulle aree più esposte, utilizzando proiezioni climatiche e modelli relativi alla vegetazione e al comportamento degli incendi per stabilire le aree in cui agire prioritariamente. Estendere questo approccio all’intera Europa potrebbe ridurre i danni e far crescere la resilienza delle foreste. “Le foreste meglio adattate agli eventi estremi proteggono la biodiversità, immagazzinano carbonio, regolano le risorse idriche e tutelano le comunità”, concludono infatti gli autori. “Integrando sistematicamente nella pianificazione le previsioni sulla resilienza, i decisori politici possono trasformare le sfide attuali in opportunità per un futuro più sicuro e sostenibile”.