La ricetta norvegese per il riciclo del fosforo
Un uso circolare del fosforo, spiega un rapporto della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim, potrebbe ridurre i rischi ambientali ed economici della sua dispersione
di Matteo Cavallito
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La cattura e il riciclo del fosforo potrebbero contribuire a ridurre i rischi in termini di disponibilità e di inquinamento. Questo aspetto è particolarmente rilevante per la Norvegia, il cui governo intende espandere la produzione di salmoni e trote fino a quota 5 milioni di tonnellate annuali dagli attuali 1,5 milioni entro il 2050. È questo il messaggio lanciato da un nuovo rapporto della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim che sottolinea il ruolo cruciale del fosforo nell’agricoltura e nell’acquacoltura nazionale.
“Attualmente, grandi quantità di fosforo entrano nel sistema alimentare norvegese dall’estero sotto forma di fertilizzanti minerali, mangimi, alimenti e microingredienti per l’alimentazione animale, soprattutto nell’allevamento dei salmoni”, spiega il rapporto. “Tuttavia, solo una piccola parte di questo fosforo finisce nel cibo degli esseri umani, mentre la maggior parte si accumula nel suolo e nei sistemi idrici”.
Una soluzione circolare per il fosforo
“Molti decenni di sovraconcimazione hanno portato a un accumulo di fosforo nel suolo, ma anche a elevate concentrazioni dell’elemento nel sistema idrico norvegese” spiega Miguel Las Heras Hernández, ricercatore del Norwegian Institute for Air Research (NILU) e co-autore del rapporto in una nota dell’ateneo di Trondheim. Ne deriva una serie di pericoli sul piano ambientale tra cui la dispersione per lisciviazione dal terreno ai sistemi idrici e il rischio di eutrofizzazione, l’accumulo eccessivo dei nutrienti nel suolo.
In questo scenario, sostiene il rapporto, un uso più sostenibile dell’elemento potrebbe ridurre questi rischi. Creare un’economia circolare del fosforo, tuttavia, è un compito complesso. Per almeno tre ragioni.
In primo luogo, spiegano gli scienziati, i sistemi alimentari basati sulla terra e sul mare sono sempre più interconnessi, come evidenzia, ad esempio, la produzione agricola di mangimi o l’applicazione sui terreni dei cosiddetti fanghi di pesce, i residui dell’acquacoltura ricchi anche di azoto e per questo utilizzati come fertilizzanti. Il ciclo del fosforo norvegese, inoltre, è sempre più legato a quello di altri Paesi, con flussi commerciali in aumento. I fertilizzanti a base di fosforo, infine, sono spesso contaminati da metalli pesanti come cadmio, uranio e zinco, che tendono ad accumularsi nel terreno, rendendo così necessari gli interventi di bonifica.
Quattro raccomandazioni
Realizzato nell’ambito del progetto MIND-P, dedicato allo studio del ciclo del fosforo norvegese, il rapporto suggerisce quindi quattro strategie per gestire efficacemente il fosforo in modo circolare. Ovvero:
- Sviluppare e mantenere una contabilità nazionale dei nutrienti.
- Ridurre al minimo le perdite dell’elemento.
- Creare infrastrutture per la cattura, la lavorazione, il commercio e l’utilizzo del letame e dei fanghi di pesce per produrre fertilizzanti riciclati di alta qualità.
- Adottare un quadro normativo per promuovere il mercato di questi ultimi.
Nel mondo 5 Paesi controllano l’80% delle riserve
Le inefficienze legate all’economia lineare del suolo non si manifestano solo a livello ambientale. Significativi sono anche gli impatti economici in termini di disponibilità di una risorsa che resta fortemente concentrata in pochi Paesi produttori. Oltre l’80% delle riserve globali di rocce fosfatiche è in mano a sole cinque nazioni: circa il 70% si trova in Marocco e nel Sahara Occidentale occupato.
Questo oligopolio “rende molti importatori vulnerabili alle instabilità geopolitiche ed economiche e minaccia la sicurezza alimentare”, continua il rapporto ricordando come, non a caso, l’UE abbia inserito l’elemento nella sua lista delle Materie prime critiche.
Il problema non è nuovo. Lo scorso anno uno studio a cura dell’INRAE, l’Institut national de la recherche agronomique, un ente del governo francese, e del Bordeaux Sciences Agro, una scuola di formazione della locale università, ha sottolineato come a queste condizioni gli attuali modelli agricoli finiscano per creare un forte stress al mercato e alla produzione, generando le condizioni per nuovi problemi in futuro. “Agli attuali ritmi di estrazione”, evidenziavano i ricercatori, “raggiungeremo probabilmente il picco del fosforo, ovvero il punto di massima produzione della risorsa, entro il 2050”. Tale traguardo porterà con sé “un aumento dei prezzi dei fertilizzanti e maggiori tensioni geopolitiche”.

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