10 Maggio 2023

L’umidità del suolo è un fattore chiave per prevedere siccità e alluvioni

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Secondo uno studio americano la variazione dell’umidità del suolo è il fattore determinante per comprendere i fenomeni estremi come siccità e alluvioni. Superando l’incertezza legata al cambiamento climatico

di Matteo Cavallito

 

L’umidità del suolo permette di prevedere i rischi associati a siccità e inondazioni pianificando in anticipo l’uso delle risorse idriche. Lo sostiene uno studio del College of Forestry, Wildlife and Environment dell’Università di Auburn, in Alabama, i cui risultati sono stati pubblicati di recente sulla rivista Earth’s Future.

L’indagine, a cura di un gruppo di ricercatori guidati dal docente della Auburn, Sanjiv Kumar, con il sostegno, tra gli altri, del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e dell’Istituto nazionale per l’alimentazione e l’agricoltura statunitense, si è basato su un elevato numero di rilevazioni. In questo modo gli autori hanno potuto elaborare moltissimi dati prodotti dall’applicazione di due diversi modelli per la valutazione della variabilità del clima.

Il fattore umidità nel suolo

L’analisi, evidenzia una nota dell’ateneo statunitense, punta alla comprensione simultanea della variazione del clima e dell’idrologia e dell’influenza esercitata dal ciclo dell’acqua. Quello condotto nell’occasione, sottolinea ancora la nota, è uno dei primi studi capaci di valutare contemporaneamente la variabilità delle precipitazioni, l’immagazzinamento dell’acqua nel suolo e i processi di interazione tra vegetazione e atmosfera.

Negli anni, ha evidenziato Kumar, l’attività di previsione del rischio di siccità e inondazioni su scala regionale è stata caratterizzata da profonda incertezza. Contemporaneamente, il tema del cambiamento climatico e dei suoi effetti ha assunto un ruolo centrale nel dibattito.

Di recente, un rapporto diffuso dal Global Water Monitor Consortium, un’iniziativa dell’Australian National University, ha rivelato come il riscaldamento globale abbia fatto aumentare l’incidenza di precipitazioni estreme concentrate in periodi brevi. Come quella dei mesi caratterizzati da piogge eccezionalmente ridotte. Kumar ricorda inoltre come i cambiamenti climatici stiano riducendo la cosiddetta “memoria” della superficie terrestre. Semplificando: la crescita generale delle temperature induce il suolo perdere in media più rapidamente l’umidità.

La ricerca

Lo studio ha preso in esame la variazione dell’umidità del suolo in relazione agli effetti della cosiddetta Oscillazione Meridionale di El Niño (El Niño-Southern Oscillation o ENSO), il fenomeno del periodico riscaldamento delle acque del Pacifico Centro-Meridionale e Orientale che si verifica in media una volta ogni cinque anni tra dicembre e gennaio. E che annovera tra i suoi effetti inondazioni nell’area interessata e siccità nelle regioni più distanti.

Ebbene, contrariamente alle previsioni circa “l’intensificazione del fenomeno dell’Oscillazione e l’aumento della variabilità teleconnessa delle precipitazioni sul Nord America a causa del riscaldamento globale “, spiegano gli scienziati, “ci troviamo a osservare come la variabilità dell’umidità del suolo cambi relativamente di poco o finisca addirittura per diminuire”. Questo fenomeno, apparentemente paradossale, si spiega considerando come la diminuzione della memoria superficiale dovuta al cambiamento climatico “porti a una ridotta persistenza da un anno all’altro della variabilità stessa dell’umidità”.

Siccità e inondazioni

Detto in altri termini, insomma, la crescente variabilità delle precipitazioni non sembra influire più di tanto sull’oscillazione dei livelli di umidità del suolo. Se vogliamo comprendere e prevedere gli eventi estremi, quindi, non dobbiamo concentrarci in particolare sull’andamento delle piogge quanto, piuttosto, sulla variazione della concentrazione di acqua nei terreni.

Secondo Kumar, infatti, “i cambiamenti dello stato medio dell’umidità del suolo a livello regionale sono i principali fattori che determinano i rischi futuri di siccità e inondazioni”. Per questa ragione, gli fa eco Janaki Alavalapati, presidente del College of Forestry, Wildlife and Environment dell’Università di Auburn, “nonostante le incertezze presentate dai modelli meteorologici, i risultati di questo studio potrebbero migliorare la nostra capacità di adattamento ai cambiamenti climatici”.