27 Aprile 2021

Nuova tegola sul glifosato: dove si usa, il suolo dice addio agli invertebrati

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Una ricerca messicana: l’uso del controverso pesticida riduce la concentrazione dei macroinvertebrati privando il terreno dei propri servizi ecosistemici

di Matteo Cavallito

 

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Da anni l’utilizzo del glifosato suscita proteste e denunce alimentando la preoccupazione per il suo impatto sulla salute umana. Meno conosciuti, però, sono i suoi rischi per l’ecosistema del suolo su cui il celebre erbicida parrebbe esercitare effetti estremamente negativi. Ad evidenziarli, in particolare, sono i recenti studi condotti nella penisola dello Yucatán, nel Messico sud-orientale i cui contenuti sono stati presentati di recente nel corso del Global Symposium on Soil Biodiversity organizzato dalla FAO. “Il glifosato e il suo principale metabolita, l’AMPA, possono restare nel suolo anche ad anni di distanza dalle applicazioni” ha spiegato nell’occasione Esperanza Huerta Lwanga, ricercatrice presso l’Università olandese di Wageningen. I danni, suggeriscono gli studi, sono evidenti.

Il binomio glifosato-OGM

La diffusione del glifosato nel territorio messicano è legata a doppio filo con quella degli Ogm. L’introduzione di piante geneticamente modificate e come tali capaci di tollerare l’erbicida, ricorda la ricercatrice, ne ha infatti favorito l’utilizzo. Non sorprende che molti studiosi siano impegnati da almeno un decennio a indagare sulle conseguenze del fenomeno. L’indagine presentata all’evento FAO evidenzia soprattutto come l’uso del prodotto impatti negativamente sulla sopravvivenza dei macroinvertebrati, che sono essenziali per la salute del suolo. Questi organismi, come noto, giocano infatti un ruolo chiave nella fornitura di servizi ecosistemici, partecipano alle interazioni tra i processi fisici, chimici e biologici e sono, in ultima analisi, un vero e proprio indicatore della qualità stessa del terreno.

Più erbicida meno invertebrati

Nel corso dell’indagine, condotta sulla vegetazione circostante del comune di Hopelchén nello Stato di Campeche, situato nell’area settentrionale della penisola dello Yucatán, i ricercatori hanno selezionato campioni di suolo in tre diverse zone: il terreno coltivato a soia con presenza di glifosato, quello destinato al mais dove l’erbicida non era stato applicato, e una parte di territorio non soggetta a coltura. Lo studio ha rilevato una correlazione negativa tra la presenza di glifosato e la densità di diverse categorie di macroinvertebrati. Detto in altri termini, laddove la sostanza era maggiormente presente, si rilevava una minore concentrazione di questi ultimi. Nei terreni caratterizzati dalla coltivazione della soia, in particolare, i gasteropodi, ovvero chiocciole, lumache e simili, erano letteralmente scomparsi. Privando l’ecosistema del terreno, va da sé, delle loro funzioni.

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Danni ad ampio raggio

L’area dello Yucatán, “è altamente vulnerabile all’inquinamentoargomentavano nel 2018 i ricercatori della locale Universidad Autónoma, Angel Gabriel Polanco-Rodriguez e Jesús Alfredo Araujo. Le cause risiedono nella struttura del terreno caratterizzata, dalla presenza di “falde acquifere di tipo carsico che favoriscono l’infiltrazione dei contaminanti”. Anche il vento gioca ovviamente un ruolo importante. E l’indagine condotta a Hopelchen, purtroppo, lo conferma. I ricercatori – ha ricordato Huerta Lwanga – hanno infatti rinvenuto tracce significative di glifosato anche nei terreni non coltivati. Una prova della forte estensione dell’impatto complessivo della sostanza.