13 Aprile 2023

Anche il collagene dietro alla deforestazione in Amazzonia

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Un’inchiesta giornalistica punta il dito contro le aziende dell’allevamento che in Amazzonia riforniscono l’industria cosmetica alimentando un comparto da 4 miliardi di dollari

di Matteo Cavallito

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L’industria del collagene, un prodotto molto popolare per il comparto cosmetico, contribuirebbe alla deforestazione delle aree tropicali nonché alla violazione dei diritti umani nell’Amazzonia brasiliana. Lo denuncia un’indagine condotta da un pool di reporter del Bureau of Investigative Journalism, del quotidiano britannico Guardian, dell’emittente online del Regno Unito ITV e del portale investigativo brasiliano O Joio e O Trigo.

“I legami tra la carne di manzo, la soia e la deforestazione in Brasile sono noti, poca attenzione invece è stata rivolta a un’industria del collagene in piena espansione, il cui valore è stimato in 4 miliardi di dollari“, scrive il Guardian. “Il collagene può essere estratto dal pesce, dai maiali e dalla pelle dei bovini. I suoi utilizzatori più fedeli sostengono che possa migliorare la salute dei capelli, della pelle, delle unghie e delle articolazioni, rallentando il processo di invecchiamento. Oltre che dai marchi di bellezza e benessere, viene utilizzato anche dalle aziende farmaceutiche e dai produttori di ingredienti alimentari”.

L’indagine in Amazzonia

Sotto la lente dei reporter, riferisce il Bureau of Investigative Journalism, c’è il bestiame allevato da alcune aziende legate alla deforestazione e trattato in mattatoi che servono le catene internazionali di fornitura del collagene. Tra gli acquirenti del prodotto anche la Vital Proteins, un’azienda di proprietà della Nestlé. Interpellata dal Bureau la stessa società ha fatto sapere che “cesserà di approvvigionarsi dalla regione amazzonica con effetto immediato”.

L’indagine, poi, ha attribuito almeno 2.600 kmq di deforestazione ad attività di allevamento legate alle catene di approvvigionamento di due aziende brasiliane: Rousselot e Gelnex.

Rousselot è una società controllata dalla texana Darling Ingredients. Quest’ultima sarebbe in procinto di acquisire la Gelnex per una cifra di circa 1,2 miliardi di dollari. “Darling Ingredients ha affermato di controllare i fornitori. come fa la sua filiale Rousselot, e di rimuovere quelli che non soddisfano i criteri di approvvigionamento responsabile”, scrive il Bureau. La società USA non ha voluto fare commenti su Gelnex dal momento che l’acquisizione non è ancora stata formalizzata.

Accuse di violenze contro le comunità native

Secondo i reporter, le catene di approvvigionamento del collagene bovino brasiliano sono molto complesse e coinvolgono numerosi intermediari. Il collagene “Peptan”, commercializzato da Rousselot, è il marchio leader a livello mondiale ed è esportato negli Stati Uniti e in Europa. A fornire le pelli di vacca è una conceria denominata BluBrasil e situata a Bataguassu, nel Mato Grosso do Sul.

“Quell’impianto è di proprietà di Marfrig, una delle tre grandi aziende brasiliane della carne bovina”, scrive ancora il Bureau. “I suoi fornitori di bestiame sono stati collegati alla distruzione delle foreste tropicali e all’invasione del territorio del popolo indigeno Guarani Kaiowá”.

E non è tutto: “Nel 2021, lo stabilimento ha acquistato animali dalla fattoria Campanário, una grande proprietà che sconfina nel territorio Guarani Kaiowá nella Laguna Carapã, sempre nel Mato Grosso do Sul. La zona è nota per l’alto tasso di violenza contro gli indigeni. Marfrig ha dichiarato all’Ufficio di presidenza che solo una piccola parte della proprietà si trova sulla terra della comunità nativa e che quest’ultima, peraltro, non sarebbe pienamente riconosciuta, almeno secondo l’azienda, come territorio indigeno. Il proprietario della fattoria Campanário non ha risposto alla richiesta di commento dell’Ufficio di presidenza. Né lo ha fatto BluBrasil”.

Legislazione carente

Marfrig ha confermato che Campanário era ai tempi un suo fornitore indiretto che risultava conforme agli standard di fornitura. Ma i dubbi restano, se non altro di fronte ai limiti del sistema normativo che contribuiscono alla generale opacità del settore. A differenza di ciò che accade con i produttori di carne, soia, olio di palma e altri prodotti, sottolinea infatti il Guardian, le aziende che commercializzano il collagene non hanno l’obbligo di tracciare il proprio impatto ambientale.

Questa carenza regolamentare rende più complicato il monitoraggio della catena di fornitura in un settore che offre profitti significativi ai suoi operatori.

Sempre secondo il quotidiano britannico, che cita le stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, i sottoprodotti degli animali, tra cui la pelle e il collagene, costituiscono quasi la metà del peso di una mucca macellata. E possono generare fino al 20% del reddito dei produttori di carne.