23 Febbraio 2024

Sequestro di carbonio, la soluzione è nelle terre aride?

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Un adeguato sfruttamento delle terre aride come i deserti potrebbe trasformarle in preziosi strumenti per il sequestro del carbonio. FOTO: zj900430 from Pixabay

Secondo un team di scienziati del mondo vegetale le terre aride, come i deserti, potrebbero fornire la risposta la problema della cattura della CO2. Come? Con sistemi di rinverdimento basati su combinazioni ideali di piante e microbi del suolo

di Emanuele Isonio

 

Trasformare gli ecosistemi aridi in efficienti sistemi di cattura del carbonio: in questo modo si potrebbe avere una migliore salute del suolo, una maggiore efficienza fotosintentica e una biomassa radicale più grande. Possibile? Sì, secondo un gruppo di ricerca guidato da Heribert Hirt, scienziato della King Abdullah University of Science and Technology. Come? Progettando una combinazione ideale di piante, microbi del suolo e tipologie di suolo che facilitino un processo biogeochimico naturale per creare pozzi di carbonio sotterranei.

Ridurre le emissioni non basta

Il team di scienziati parte da una considerazione: far diminuire i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera è quanto mai urgente ma per riuscirci servirà di più che ridurre le emissioni. È quindi necessario catturare e immagazzinare i volumi di carbonio già emesso. Le azioni umane infatti hanno provocato un accumulo di CO2 in eccesso all’interno dell’atmosfera, alternando la quantità di carbonio che circola naturalmente. Se ci limitassimo a ridurre le nuove emissioni di CO2, gli effetti climatici dell’eccessiva quantità di CO2 in atmosfera permarrebbero per almeno 1000 anni.

Per riuscire nell’obiettivo di sequestrare il carbonio nei suoli, “il rinverdimento dei deserti attraverso il ripristino delle funzioni dell’ecosistema, compreso il sequestro del carbonio, dovrebbe essere l’approccio preferenziale”, scrivono gli scienziati sulla rivista Trends in Plant Science.

La fotografia delle terre aride e semiaride. FONTE: Millennium Ecosystem Assessment (2005)

La fotografia delle terre aride e semiaride. FONTE:
Millennium Ecosystem Assessment (2005)

Il vantaggio di rinverdire le terre aride

Due i motivi principali addotti dagli autori della proposta: in primo luogo, le terre aride rappresentano oggi più di un terzo della superficie terrestre. Inoltre, non sono utilizzabili per scopi agricoli. “Il vantaggio di bonificare le regioni aride per renderle più verdi e sequestrare il carbonio – spiegano – è che non competono con le terre utilizzate nell’agricoltura e nella produzione alimentare”. Una peculiarità che le differenzia dall’utilizzo degli alberi. Anche questi ultimi, protagonisti di iniziative di riforestazione, sono ottimi strumenti per stoccare carbonio. Ma il più delle volte possono entrare in competizioni con le esigenze dell’agricoltura.

Per procedere al rinverdimento, il metodo suggerito dal team di esperti è di utilizzare piante adattate all’ambiente arido capaci di produrre ossalati, ovvero ioni contenenti carbonio e ossigeno. Questi composti chimici sono utilizzati da alcuni microbi del suolo come unica fonte di carbonio. In questo modo, espellono molecole di carbonato nel terreno. Se questi sistemi microbici vegetali vengono coltivati in terreni alcalini e ricchi di calcio, il carbonato, invece di decomporsi rapidamente, reagisce con il calcio per formare depositi stabili.

Secondo gli autori della proposta, l’amplificazione di questo processo biogeochimico naturale nelle terre aride potrebbe convertire questi ecosistemi attualmente improduttivi e degradati in pozzi di carbonio con suolo e piante più sani.

Le “isole della fertilità”

Il team di ricerca prevede che un simile approccio potrebbe comportare aumenti rilevanti nel sequestro di carbonio sia nelle piante sia nel suolo in meno di un decennio. Ma la velocità e il successo dipenderà molto, oltre che dal tasso di crescita delle piante (che è notoriamente più lento quando l’acqua è scarsa) ma anche dalla quantità di sostegno politico e di investimenti finanziari in favore di questa tecnologia.

La proposta è quindi di sviluppare gradualmente questo approccio creando delle “isole della fertilità”. In pratica, piccole oasi limitate di territorio rinverdito nei quali le piante e i microbi potrebbero diffondersi per formare un tappeto di vegetazione.

Secondo l’Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura), le terre aride coprono il 41% del globo, ospitano un terzo della popolazione globale e trattengono già oggi il 36% del carbonio terrestre. Il loro degrado tuttavia sfocia nella desertificazione. Secondo le stime dell’Iucn questo processo rappresenta un doppio rischio: alimentare e climatico. Potrebbe infatti causare una perdita del 12% della produzione di cibo globale nel prossimo quarto di secolo, con grave rischio per il futuro delle comunità locali. Inoltre, la desertificazione del suolo causerebbe la perdita del 60% del carbonio in esso trattenuto.