11 Febbraio 2026

Entro il 2050 degradato il 90% del suolo. Ma alcune innovazioni fanno sperare

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Dalla bioingegneria all’agricoltura di precisione, uno studio dell’Università di Pisa individua le soluzioni tecnologiche in grado di contrastare il degrado del suolo e rafforzare la sicurezza alimentare globale

di Emanuele Isonio

 

Il suolo è la risorsa naturale più importante per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la biodiversità, ma è anche una risorsa fragile. Negli ultimi decenni, pratiche agricole intensive, erosione, cambiamenti climatici e pressione demografica hanno accelerato il degrado dei terreni in tutto il mondo, mettendo a rischio la produttività delle colture e la resilienza dei sistemi agroecosistemici. Senza interventi adeguati, il 90% dei suoli globali potrebbe risultare degradato entro il 2050.

Le innovazioni SoilTech

Per affrontare questa sfida globale è fondamentale integrare pratiche agronomiche sostenibili con soluzioni tecnologiche innovative. Da questa consapevolezza è nato lo studio dell’Università di Pisa SoilTech innovations for sustainable soil and food security, pubblicato su Nature Reviews Bioengineering, che esplora strumenti e approcci avanzati per preservare, migliorare e ripristinare la salute dei suoli. A firmarlo sono due studiosi del Dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Pisa: il ricercatore Samuele Risoli e Giacomo Lorenzini, professore emerito di Patologia vegetale.

“La crisi del suolo è spesso meno visibile rispetto ad altre emergenze ambientali, ma ha conseguenze dirette e profonde sulla sicurezza alimentare, sul clima e sugli ecosistemi- sottolinea Risoli – Mettere a sistema le conoscenze scientifiche sulle tecnologie per la tutela del suolo significa fornire strumenti concreti per affrontare una delle grandi sfide globali dei prossimi decenni”.

Tre ambiti di intervento

Lo studio passa in rassegna le cosiddette SoilTech, soluzioni tecnologiche più avanzate in grado di combinare bioingegneria, agricoltura di precisione, biotecnologie e gestione digitale dei dati per affrontare le principali cause del degrado. Nello studio vengono individuati tre grandi ambiti di intervento: la conservazione dei suoli ancora sani, il miglioramento della loro produttività e il recupero dei terreni degradati. Al centro dell’analisi ci sono le cosiddette SoilTech, un insieme di tecnologie che integrano bioingegneria, strumenti digitali, agricoltura di precisione e approcci biologici basati sul microbioma del suolo.

La visione degli autori è chiara: non esiste una singola soluzione magica, ma un approccio integrato che unisca tecnologie, conoscenza scientifica e collaborazione tra ricerca, agricoltori e industria. “Le SoilTech dimostrano come sia possibile combinare innovazione tecnologica, biologia e gestione sostenibile per proteggere, migliorare e ripristinare i suoli” aggiunge Risoli. Dall’uso di fertilizzanti organici e bio-based ai sistemi di monitoraggio che combinano dati ambientali, sensori e intelligenza artificiale, fino alle tecniche di biorisanamento che impiegano microrganismi e piante per ridurre la contaminazione dei terreni. Tanti strumenti che, se utilizzati insieme non solo aumentano la produttività, ma anche la sostenibilità ambientale delle coltivazioni.

I livelli di contaminazione del suolo nei diversi continenti. FONTE: FAO.

I livelli di contaminazione del suolo nei diversi continenti. FONTE: FAO.

L’importanza del dialogo tra ricerca e mondo produttivo

Obiettivo: mantenere produttive le superfici agricole senza comprometterne la salute nel lungo periodo, contribuendo così alla sicurezza alimentare in un contesto segnato da cambiamenti climatici e instabilità geopolitiche. Questa transizione verso pratiche agricole più sostenibili è fondamentale per contrastare la perdita di sostanza organica, migliorare la capacità del suolo di trattenere acqua e nutrienti e aumentare la resilienza delle colture agli eventi climatici estremi.

In un’epoca di cambiamenti climatici e instabilità geopolitiche, investire nella salute del suolo significa costruire sistemi agrari più adattabili e robusti nel lungo periodo.

“È però fondamentale – conclude Risoli – che la ricerca non si fermi alla pubblicazione scientifica, ma riesca a tradursi in applicazioni reali con la collaborazione con le aziende. Senza un dialogo continuo con il mondo produttivo, molte innovazioni rischierebbero di restare confinate ai laboratori”.