22 Aprile 2024

Nei suoli arborei una biodiversità ancora da scoprire

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Uno studio giapponese evidenzia la diversità di specie degli invertebrati presenti nei suoli arborei, i terreni che si creano attraverso la trasformazione della materia organica sui rami

di Matteo Cavallito

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I suoli arborei ospitano una sorprendente biodiversità tuttora ampiamente sconosciuta. Un fenomeno che stimola nuove ricerche chiamate a gettare luce su un ecosistema peculiare all’interno del contesto forestale. Tra queste si segnala la recente indagine degli studiosi dell’Università di Tsukuba, in Giappone, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Biological Conservation.

L’ecosistema delle chiome

Lo studio ha preso in esame un ambiente del tutto particolare la cui importanza è spesso sottovalutata. Questi ecosistemi si formano sui rami delle piante dove si accumula materia organica. Quest’ultima si trasforma nel tempo fino a creare una sorta di suolo sospeso. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle foreste più longeve tra cui, ricordano i ricercatori, i boschi di Yaku-sugi, i cedri millenari dell’isola di Yakushima.

Qui, sulle chiome degli alberi, si colloca un ecosistema “formato dall’accumulo e dalla decomposizione delle foglie alle giunzioni dei rami e dei tronchi nelle foreste di vecchia crescita”, spiega una nota dell’università nipponica.

Tale ecosistema, rilevano gli autori, ospiterebbe “una composizione tassonomica degli organismi viventi che si differenzia in modo significativo da quella rilevata nei terreni di superficie”. Lo studio ha permesso di verificare questa ipotesi superando le difficoltà tecniche di questo tipo di indagini. “Gli ecosistemi delle chiome forniscono un’ampia gamma di servizi ecosistemici, ma a causa della difficile accessibilità, le conoscenze sulla loro conservazione sono limitate”, osserva la ricerca.

Lo studio

Un gruppo di ricercatori si è così recato a Yakushima per raccogliere campioni di suoli arborei da sottoporre a indagine genetica. A partire dal XVII secolo, ricordano gli studiosi, molti alberi presenti sull’isola sono stati abbattuti. Oggi, di conseguenza, un’ampia popolazione di piante rigeneratesi negli ultimi 300 anni si affianca agli esemplari millenari superstiti. Lo studio ha preso in esame quattro alberi della prima categoria e cinque di quest’ultima.

I ricercatori hanno fatto ricorso al metabarcoding del DNA, una tecnica che ha consentito di individuare “la composizione tassonomica degli invertebrati in campioni di terreno e di chioma”. In totale, “sono stati rilevati 33 ordini e 183 famiglie“.

E non è tutto: “La ricchezza tassonomica degli invertebrati identificata dal suolo arboreo degli alberi millenari era simile a quella del suolo, ma la composizione tassonomica differiva notevolmente“, si legge nella ricerca. “Il suolo presente sulla chioma delle piante mai tagliate era più profondo e più sviluppato di quello degli alberi rigenerati e conteneva un numero più elevato di gruppi tassonomici per area di campionamento”.

Conservare le foreste di vecchia crescita e la loro biodiversità

Le implicazioni sono evidenti. Nelle piante rigenerate nemmeno tre secoli di tempo sono serviti a ripristinare pienamente la diversità di specie originaria. Un dato decisamente significativo in un contesto globale caratterizzato dalla progressiva riduzione delle foreste di vecchia crescita dove sono presenti alberi di grandi dimensioni. Lo studio, sottolineano gli autori, evidenzia quindi il valore della biodiversità di tali foreste da una nuova prospettiva.

“La ricerca conferma che le aree protette con alberi secolari che escludono il disturbo umano sono importanti per la conservazione della biodiversità negli ecosistemi a chioma”, sottolineano i ricercatori. Che, per questa ragione, suggeriscono inoltre “di allungare ulteriormente i cicli di raccolta e di adottare un approccio di mantenimento degli alberi nelle aree forestali per ridurre al minimo l’impatto del disboscamento”.