4 Aprile 2024

Tutela della biodiversità, scegliere bene le aree dimezza i costi

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Lo sostiene uno studio australiano: nella protezione della biodiversità meglio puntare su aree ridotte ma più a rischio. Obiettivo: maggiore convenienza e migliori risultati

di Matteo Cavallito

 

La protezione della biodiversità? Passa attraverso la tutela di appezzamenti piccoli ma strategici. Una scelta capace di produrre risultati migliori a livello globale. A sostenerlo è una ricerca dell’Università del Queensland, in Australia. Lo studio, condotto dal Centre for Biodiversity and Conservation Science dello stesso ateneo, ha evidenziato in particolare come questo tipo di approccio si riveli conveniente dal punto di vista economico al punto da arrivare a dimezzare i costi associati alla prevenzione della perdita di habitat.

Puntare sulle aree a rischio

“Attualmente, i governi e le ONG si concentrano per lo più su obiettivi di protezione della biodiversità basati su quote geografiche, come ad esempio la protezione del 30% della superficie di un Paese entro il 2030”, ha spiegato Pablo Negret, ricercatore e co-autore dello studio, in una nota. Il problema, però. è che per arrivare a quel 30% “i governi spesso si limitano a proteggere le aree in cui è più facile ed economico farlo”.

I decisori politici, in altre parole, tendono insomma a espandere tipicamente la tutela nelle aree meno minacciate.

Qui, rilevano, i costi medi di protezione sono più bassi ma inferiore è anche il ritorno sull’investimento. Nelle aree soggette a pericoli significativi, come la deforestazione ad esempio, impegnarsi a tutelare la biodiversità è invece più costoso ma anche più redditizio. “Proteggere ogni chilometro quadrato ad alto rischio costa in genere di più”, spiega Negret, ma essendo inferiore l’area interessata ecco che si possono ottenere “gli stessi risultati di conservazione in termini di habitat futuri nel paesaggio con una spesa totale inferiore”.

Lo studio

Per dimostrare questa tesi i ricercatori hanno analizzato la distribuzione dell’habitat degli uccelli forestali in Colombia e l’impatto ipotetico su di essa di due diverse strategie: l’espansione della protezione nelle aree ad alto rischio di deforestazione e quella condotta nelle zone a basso rischio. Prendendo in esame 550 specie di volatili e realizzando una stima al 2050, si legge nella ricerca, gli autori hanno rilevato come attraverso il modello mirato alle zone più rischiose si riesca a conservare mediamente il 7,2% in più di habitat per specie nel confronto con lo schema focalizzato sulle aree a più basso rischio.

Questo approccio, prosegue lo studio, “ha un costo maggiore per km2 di terreno conservato, ma è anche più conveniente a conti fatti per il mantenimento dell’habitat nel paesaggio”. Per ottenere lo stesso risultato, l’azione condotta nelle zone a basso rischio “richiederebbe una superficie protetta più che doppia, a un costo tre volte superiore”.

Il legame tra clima e biodiversità

Lo studio porta con sé un nuovo contributo nella letteratura scientifica sulla tutela della biodiversità, una strategia essenziale nel quadro odierno caratterizzato dalla progressiva perdita della varietà di specie a livello vegetale e non solo. Questo fenomeno è considerato particolarmente allarmante al punto che alcuni osservatori lo hanno idealmente affiancato al tema dell’emergenza climatica parlando di vere e proprie “crisi gemelle”.

Significativo, peraltro, è proprio il legame tra i due fenomeni. Lo scorso anno, ad esempio, uno studio a cura dell’Università Svedese di Scienze Agrarie di Uppsala ha evidenziato come lo stock di carbonio nel suolo delle praterie globali diminuisca al calare della biodiversità vegetale. Un evento che si verifica maggiormente nelle aree più calde e aride. Secondo i ricercatori una vegetazione povera di specie si decomporrebbe più velocemente nel terreno generando quindi maggiori emissioni.