7 Dicembre 2023

Le praterie del Canada sono sempre più calde e secche

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Uno studio dell’Università dell’Alberta ha descritto per la prima volta i cambiamenti avvenuti nelle praterie del Paese negli ultimi 120 anni. Evidenziando le conseguenze per l’agricoltura

di Matteo Cavallito

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Negli ultimi 120 anni le province delle praterie, principale zona di produzione agricola del Canada, sono diventate più calde e più secche. Lo afferma uno studio basato sull’analisi della letteratura scientifica che ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle terre coltivate di Alberta, Saskatchewan e Manitoba dal 1901 al 2021.

L’indagine, realizzata dall’Università dell’Alberta e pubblicata sul Canadian Journal of Plant Science, ha evidenziato una tendenza costante all’aumento delle temperature e delle perturbazioni con piogge frequenti e intense. L’analisi, ha ricordato Emmanuel Mapfumo, professore presso la Facoltà di Scienze agrarie dell’ateneo canadese e co-autore della ricerca in una nota diffusa dalla stessa università, è tra le prime a esplorare l’impatto dei cambiamenti climatici sui terreni agricoli in quell’area.

Praterie più calde

L’analisi, ricorda la nota, ha rivelato una tendenza verso condizioni più secche. “Le precipitazioni fuori stagione e la durata della copertura nevosa sono diminuite dal 1950 a oggi”, afferma lo studio. Inoltre, “il numero di giorni senza gelo è aumentato in tutto il Paese a partire dal 1900”.

Esaminando i cambiamenti storici basandosi su articoli pubblicati in studi scientifici e siti web, libri e documenti governativi gli autori hanno rilevato aumenti fino a 6 °C delle temperature medie, minime e massime giornaliere dell’aria. “È particolarmente preoccupante il fatto che la temperatura minima giornaliera dell’aria sia aumentata da 1 °C a 4,5 °C, come risulta da tutti i dati”, osserva la nota.

Effetti sulle coltivazioni

“In generale, gli studi condotti sulle province delle praterie canadesi hanno evidenziato un’accelerazione dei cambiamenti di diversi parametri climatici nel corso del tempo, con ripercussioni sulle aree coltivate e sulle rese dei raccolti”. Le conseguenze, però, sono molteplici e producono vantaggi come svantaggi. Temperature più calde, ad esempio, consentono l’espansione verso nord di alcune colture come il mais.

Al tempo stesso, tuttavia, possono creare condizioni più secche altrove facendo crescere la probabilità di insorgenza di malattie delle piante con una comparsa precoce di parassiti, osserva la nota.

E non è tutto. Secondo alcuni studi, “elevate concentrazioni di CO2 fanno aumentare la fotosintesi, la produzione di biomassa e la resa delle cosiddette piante C3 (che sono tipiche dei climi temperati, ndr) , mentre aumenti minori o trascurabili sono stati riscontrati per le piante C4 (tipiche dei climi caldi, ndr) come il mais”, spiegano i ricercatori. Contemporaneamente, “un’altra meta-analisi rileva che colture come il grano, l’orzo e il riso subiscono una diminuzione del 10%-15% del contenuto proteico se coltivate in condizioni di alta concentrazione di anidride carbonica”.

Soluzioni per la mitigazione

Le praterie, che secondo le stime immagazzinano un terzo dello stock globale di carbonio terrestre, sono da tempo osservate speciali negli studi sull’impatto del cambiamento climatico sul suolo e le coltivazioni. Un fenomeno che si manifesta in modo molto variabile condizionando l’agricoltura. In Canada, ricordano gli autori, il settore agricolo vale oltre 30 miliardi di dollari, pari all’1,5% circa del Pil, e impiega quasi 120mila lavoratori.

In questo contesto, osserva Mapfumo, “È fondamentale trovare il modo di mitigare il cambiamento climatico a livello locale”. Un fenomeno “che influisce sulla capacità di coltivare varie piante e sulla resa dei raccolti, con effetti a catena come l’aumento dei costi del cibo”.