15 Maggio 2023

Dall’India all’Australia: il paradosso della bauxite

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In India l’estrazione della bauxite, roccia necessaria per la produzione di alluminio, sottrae terreni all’agricoltura producendo danni permanenti al suolo. Ma questa stessa risorsa, paradossalmente, può recare con sé una soluzione

di Matteo Cavallito

 

L’attività mineraria per l’estrazione della bauxite starebbe producendo conseguenze gravi in India, soprattutto nel distretto di Gumla, nello Stato nord-orientale del Jharkhand. È l’accusa lanciata dalla Ong americana Mongabay. Le aziende del comparto, in particolare, non starebbero rispettando le norme che prevedono il riempimento dei campi dopo la conclusione delle operazioni, sostiene l’organizzazione.

“Le attività estrattive sono in corso nella regione da 30 anni e c’è un continuo movimento di camion carichi di minerale”, prosegue Mongabay. “Tutto ciò ha reso la terra arida e l’aria inquinata alimentando la preoccupazione della popolazione locale per la diminuzione del livello delle falde acquifere attribuito anche alle attività estrattive”.

Mongabay: “L’attività mineraria impatta sull’agricoltura locale”

La bauxite è una roccia argillosa composita che viene estratta e trattata soprattutto per la produzione dell’alluminio, il secondo metallo più utilizzato nel mondo dopo il ferro. Secondo GlobalData, l’India è il sesto produttore globale della risorsa con circa 23mila tonnellate estratte nel 2022, pari al 6% del totale del Pianeta.

Al primo posto della classifica si colloca l’Australia che con 100mila tonnellate di bauxite estratte ogni anno, il 40% delle quali destinato all’esportazione, è da tempo il leader mondiale del settore.

L’attività mineraria però produce elevati costi ambientali ed economici. La movimentazione si traduce in emissioni e inquinamento atmosferico, l’espansione delle operazioni in deforestazione, perdita di biodiversità e impatto sulle risorse idriche. Una volta sottoposti all’estrazione, i terreni diventano improduttivi e la popolazione contadina è così costretta ad abbandonare la propria attività tradizionale diventando “completamente dipendente dalle miniere di bauxite per l’occupazione e il sostentamento”.

L’estrazione inquina le acque

A preoccupare gli osservatori è soprattutto l’impatto delle operazioni minerarie sul suolo. Secondo Sarvesh Singhal, presidente del Jharkhand Biodiversity Board, citato dall’Ong, “l’attività mineraria produce molte sostanze chimiche che inquinano l’acqua. A causa di ciò, la capacità di ritenzione idrica del terreno diminuisce”.

Il suolo superiore rappresenta la risorsa più importante in qualsiasi tipo di agricoltura e può essere diviso idealmente in due parti, ha spiegato a Mongabay D.K. Shahi, decano della Birsa Agricultural University di Ranchi, la capitale dello Stato. “Il primo strato – fino a 15 centimetri di profondità, è decisivo. Il secondo – da 15 a 30 centimetri – lo diventa per quelle colture che si caratterizzano per la presenza di piante con radici che si sviluppano più in basso. Se lo strato superiore viene eroso, il terreno perde la sua fertilità“.

Ma la bauxite può essere una risorsa per il terreno

Gli effetti negativi dell’attività mineraria, insomma, appaiono conclamati. Ma se adeguatamente trattata, al tempo stesso, la bauxite, potrebbe trasformarsi da problema in soluzione. Dal momento che i suoi sottoprodotti possono essere riutilizzati in senso circolare per fertilizzare il suolo.

Sul finire del 2021, ad esempio, i ricercatori del Sustainable Minerals Institute dell’Università del Queensland, in Australia, hanno annunciato l’avvio di un progetto per il recupero del fango rosso, il principale scarto della produzione dell’alluminio.

Di norma il sottoprodotto viene smaltito in discarica con elevati costi ambientali e climatici legati al suo trasporto. La soluzione proposta dagli studiosi consiste nello sviluppare una tecnologia in grado di realizzare direttamente sul campo il cosiddetto bioweathering. Ovvero il processo di erosione e frantumazione delle rocce prodotto dai microorganismi e alla base della trasformazione di queste ultime in terreno fertile. In questo modo sarebbe così possibile creare “un terreno di crescita funzionale, che sia compatibile con gli attributi ecologici delle specie e delle comunità vegetali native o esotiche”.