15 Marzo 2024

La foresta nel deserto nata grazie ai rifugiati siriani

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Un gruppo di 50 giovani rifugiati siriani coordinati dall’ong francese Acted sta rigenerando 700 ettari di terreno in Giordania. Obiettivo: piantumare 132.000 alberi, strappando terra alla desertificazione e offrire nuove opportunità di reddito ai ragazzi coinvolti

di Emanuele Isonio

 

Da un lato, c’è una realtà fatta di scarsità d’acqua e desertificazione. Due fenomeni esacerbati dai cambiamenti climatici, che rendono ancora più vita in Giordania, dove il clima è già secco per gran parte dell’anno. Dall’altro, c’è un progetto ambizioso portato avanti da un gruppo composto da giovani giordani e coetanei rifugiati siriani: rigenerare il terreno della Riserva di Jothur, nel governatorato di al-Karak, strappandolo all’aridità, attraverso la piantumazione di 132mila alberi distribuiti su 700 ettari.

Quasi 700mila rifugiati in Giordania

La sfida, oltre che ambientale, è economica e sociale: a oltre un decennio dallo scoppio della guerra civile siriana, la popolazione civile che ha cercato riparo nei paesi limitrofi, a partire proprio dalla Giordania, ha ancora molti problemi di integrazione. Il Paese arabo si trova attualmente a ospitare cierca 675mila persone. La lotta per l’accesso al lavoro è complessa. Circa il 64% di loro – stima l’UNHCR – vive sotto la soglia di povertà, che impedisce loro di soddisfare i propri bisogni di base, in un mercato come quello giordano, già colpito pesantemente da disoccupazione (24% che arriva al 50% tra i giovani) e crisi economica (il 14% della popolazione è povera).

Il progetto della foresta di Jothur, sviluppato dall’organizzazione benefica francese Acted e finanziato con fondi della Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ), sta dimostrando la possibilità di un percorso diverso, capace di ragionare in modo sistemico, coniugando la difesa del territorio con lo sviluppo economico e occupazionale. Ne stanno beneficiando 50 giovani. Yousef, 21enne giordano e Hassan, ventenne siriano sono due di loro. Impegnati nel progetto di riforestazione da ormai un paio d’anni.

Un modo per diffondere pratiche agricole sostenibili

Yousef lavorava come bracciante nel settore agricolo. Ma il suo reddito era incerto e faticava a guadagnarsi da vivere in modo stabile, impedendo di risparmiare denaro o fare progetti per il futuro. Hassan in Giordania aveva completato gli studi superiori in attesa di potersi iscrivere all’università. Il suo sogno: diventare giornalista. Ma per riuscirci occorrono mezzi finanziari non alla portata di tutti. L’opportunità offerta dal progetto di Acted lo sta però avvicinando all’obiettivo. I due giovani si trovano spesso fianco a fianco nell’area coinvolta dal progetto: il lavoro consiste nella piantumazione di alberi e arbusti nella riserva, potatura, manutenzione degli impianti di irrigazione e recinzione.

Gli alberi piantati sono un mix di foresta autoctona e alberi produttivi scelti in base alle specificità del terreno. Inoltre, vengono utilizzate tecniche di adattamento al clima locale, a partire da sistemi di raccolta naturale dell’acqua piovana, per garantire la sostenibilità del progetto e lo sviluppo a lungo termine degli alberi piantumati.

Hassan, giovane rifugiato siriano di 20 anni impegnato nel progetto di riforestazione della Jothur Reserve, in Giordania. FOTO: Acted, 2023.

Hassan, giovane rifugiato siriano di 20 anni impegnato nel progetto di riforestazione della Jothur Reserve, in Giordania. FOTO: Acted, 2023.

“Gli alberi, anche se piccoli, hanno già trasformato il paesaggio desertico di questa zona in verdi colline” spiega Hassan. “Questo progetto sta intanto contribuendo a migliorare la mia conoscenza ed esperienza sulle pratiche agricole sostenibili e basate su prove scientifiche”. E nel frattempo lo sta avvicinando al lavoro dei suoi sogni. Hassan è infatti riuscito a mettere da parte abbastanza soldi per potersi iscrivere all’università il prossimo anno.

Zone aride e sequestro del carbonio

Iniziative come quella portata avanti da Acted in Giordania sono ovviamente cruciali non solo per il futuro dei rifugiati coinvolti. Diverse analisi hanno infatti sottolineato come dalla trasformazione degli ecosistemi aridi in efficienti sistemi di cattura di carbonio dipenda la possibilità di vincere la sfida della riduzione della CO2 in atmosfera.

Lo aveva ad esempio sottolineato recentemente un gruppo di ricerca guidato da Heribert Hirt, scienziato della King Abdullah University of Science and Technology. Per far diminuire i livelli di anidride carbonica – sostiene il team di ricercatori – non è sufficiente ridurre le nuove emissioni, perché gli effetti climatici della CO2 attualmente in eccesso permarrebbero per almeno 1000 anni. Per riuscire nell’obiettivo di sequestrare il carbonio nei suoli, “il rinverdimento delle aree desertiche attraverso il ripristino delle funzioni dell’ecosistema, compreso il sequestro del carbonio, dovrebbe essere l’approccio preferenziale”, hanno scritto gli scienziati sulla rivista Trends in Plant Science.

La fotografia delle terre aride e semiaride. FONTE: Millennium Ecosystem Assessment (2005)

La fotografia delle terre aride e semiaride. FONTE:
Millennium Ecosystem Assessment (2005)