16 Giugno 2021

Desertificazione, tre regioni in “zona rossa” (e altre 6 in arancione)

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L'area del siracusano nella Sicilia sudorientale, insieme ad Abruzzo e Molise è tra le più esposte ai fenomeni di desertificazione. Ma altre sei regioni sono a rischio. FOTO: Archivio Legambiente.

La Giornata mondiale contro la desertificazione è l’occasione per ricordare che siccità e degrado sono la normalità per molte parti d’Italia. Il 10% del territorio è considerato molto vulnerabile. Le maggiori preoccupazioni per Abruzzo, Molise e Sicilia sud-orientale. Urgente un piano di invasi medio-piccoli

di Emanuele Isonio

 

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Tre regioni in zona rossa, altri sei territori in zona arancione. Nulla a che vedere però con l’emergenza da Covid-19. Il problema è probabilmente anche più grave se consideriamo l’impatto che la desertificazione potrebbe avere nel nostro futuro in termini di impatto ambientale, produzione alimentare, salute. In termini percentuali, i dati del Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente (SNPA)  quantificano nel 10% la porzione di territorio considerato molto vulnerabile a numerosi fattori di degrado: erosione, salinizzazione, contaminazione, diminuzione di sostanza organica, consumo di suolo. Ad essi si aggiunge un altro 49% considerato di media vulnerabilità. Il tutto è aggravato dall’aumento qualitativo e qualitativo dei fenomeni siccitosi.

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Elaborazione Re Soil Foundation su dati European Drought Observatory 2021 e ANBI 2021.

Desertificazione, problemi dalla Sicilia alle Alpi

Quali sono le aree più colpite? A classificarle ci hanno pensato le elaborazioni periodiche dello European Drought Observatory (EDO) del Joint Research Center che ha mutuato la suddivisione per fasce che abbiamo imparato a conoscere col coronavirus. Nella zona rossa, quella a più alto rischio di desertificazione, sono finite le aree interne dell’Abruzzo e del Molise, insieme al siracusano in Sicilia. In arancione sono state colorate vaste porzioni del Piemonte, la costa adriatica della Romagna, aree della Toscana e dell’Umbria. Dal fenomeno non si salvano nemmeno i rilievi montuosi: fascia arancione anche per le zone alpine di Val d’Aosta e Alto Adige, soprattutto al confine rispettivamente con Svizzera e Austria.

Per stabilire le diverse fasce, l’Osservatorio Ue sulla desertificazione ha utilizzato l’indice sulla siccità CDI che si ottiene combinando tre altri indicatori: il confronto tra precipitazioni attuali e quelle degli anni passati (a parità di periodo), l’anomalo tasso di umidità del suolo e la valutazione dell’impatto che la siccità ha sulla vegetazione locale.

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La situazione della desertificazione in Europa – 3a decade maggio 2021. Indicatore combinato di siccità. FONTE: JRC European Drought Observatory (EDO) giugno 2021.

ANBI: urgente un piano di invasi medio-piccoli

La situazione fotografata dall’EDO richiede ovviamente interventi immediati: “è urgente avviare un piano di invasi medio-piccoli. E lo dobbiamo fare dalle zone in cui è più evidenti il deficit idrico. Più si aspetta più sarà difficile invertire la tendenza verso l’inaridimento del suolo” commenta all’ANSA Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI). L’analisi sulle risorse idriche sviluppate dall’ANBI evidenziano infatti una situazione molto preoccupante in Sicilia: nell’isola i bacini registrano un volume complessivo inferiore a 500 milioni di metri cubi, ovvero il 50% della capacità totale di 984 milioni di metri cubi.

Ma quello dell’isola maggiore italiana non è affatto un caso isolato. Sempre l’ANBI nel suo ultimo report inserisce Piemonte, Delta del Po e Salento tra i territori a rischio aridità. Molti altri restano sorvegliati speciali: è il caso dell’Emilia Romagna, dove soprattutto l’area costiera è a forte rischio siccità. I fiumi Secchia ed Enza sono vicini al minimo storico. Reno, Savio e Trebbia registrano portate in calo.

Al Sud, i bacini della Puglia calano di circa 8 milioni di metri cubi per la piena attività irrigua, con il Salento in maggiore sofferenza idrica, alleviata solo grazie ad autobotti e pozzi. Al fenomeno desertificazione infatti si collega un piano per dighe e altre opere idriche che sconta ritardi e sprechi. “Quella delle opere incompiute è una delle piaghe italiane” prosegue Vincenzi. “Nel 2017 ne avevamo censite 31, costate finora 537 milioni di euro ma bisognose di altri 620 milioni per essere operative. Nel nostro Piano di Efficientamento della Rete Idraulica del Paese abbiamo previsto il completamento di 16: 4 al Nord, 6 rispettivamente al Centro ed al Sud. L’investimento necessario è di circa 451 milioni di euro, che attiverebbero 2.258 posti di lavoro”.

Che cosa ci dicono i dati satellitari

Ovviamente il fenomeno della siccità è un problema che non conosce confini. Sta ad esempio intaccando l’intero continente europeo, in particolare nelle aree dell’Europa centrale. I dati satellitari sulla copertura vegetale e la produttività del suolo segnalano che tra il 1998 e il 2013 una percentuale pari al 20-30% delle terre emerse nel mondo ha mostrato andamenti declinanti nella produttività. Grazie all’osservazione satellitare del programma europeo Copernicus è stato stimato che il 12% delle terre coltivate a vegetazione mostra un calo della produttività e che il 21% è a rischio. Inevitabile assistere a seri danni ai servizi ecosistemici che suolo e territorio forniscono all’uomo.

I maggiori danneggiati sono ovviamente la produzione agricola e il patrimonio forestale che perdono servizi come l’irregimentazione dei corsi d’acqua e la purificazione delle risorse idriche. Ma il suolo arido non può garantire l’accumulo di carbonio e quindi non può aiutare nella riduzione di emissioni di gas serra in atmosfera. Perdita di suolo per erosione e diminuzione di carbonio organico dei suoli sono strettamente collegati e rappresentano due dei principali fattori che conducono all’innesco di processi di desertificazione.

Rapporto fra desertificazione, perdita di biodiversità e cambiamento climatico. FONTE: Corte dei conti europea, sulla base del testo del World Resources Institute, intitolato “Ecosystems and Human Well-being: Desertification Synthesis”, 2005, pag. 17.

Rapporto fra desertificazione, perdita di biodiversità e cambiamento climatico. FONTE: Corte dei conti europea, sulla base del testo del World Resources Institute, intitolato “Ecosystems and Human Well-being: Desertification Synthesis”, 2005, pag. 17.

La Corte dei Conti Ue: non si risolve il problema senza cura del suolo

Quali le cause di questo fenomeno globale? “Come sempre nelle questioni ambientali non c’è un solo colpevole, ma una serie di cause” ricordano gli analisti del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale. “I cambiamenti climatici hanno modificato le precipitazioni, aumentato la temperatura e gli episodi di siccità, con conseguente disponibilità insufficiente di acqua per il suolo, per la vegetazione e per le attività produttive. C’è poi una gestione poco attenta delle risorse naturali. Il suolo viene consumato eccessivamente e si usano pratiche agricole dannose”.

Del problema a livello continentale si era già interessata nel 2018 la Corte dei Conti europea. In una sua relazione indicava chiaramente le attività umane come cause sulle quali intervenire: uso inefficiente o eccessivo dell’acqua soprattutto da parte del settore agricolo; pascolamento eccessivo e deforestazione. “Alcuni studi – si legge nella relazione – hanno evidenziato che anche l’abbandono delle terre può essere uno dei fattori che contribuiscono a rendere i terreni più esposti al rischio di degrado e desertificazione.

Tra le soluzioni inderogabili, l’istituzione Ue suggeriva espressamente la tutela del suolo. “Con il suo ripristino, i gas a effetto serra presenti nell’atmosfera vengono gradualmente assorbiti, consentendo la crescita di vegetazione e piante, che possono quindi assorbire un maggior quantitativo di carbonio”. Sensibilità alla desertificazione nell’Europa meridionale, centrale ed orientale (2008 e 2017). FONTE: Corte dei Conti dell'Unione europea, 2018.

Sensibilità alla desertificazione nell’Europa meridionale, centrale ed orientale (2008 e 2017). FONTE: Corte dei Conti dell’Unione europea, 2018.