8 Gennaio 2024

In Cina le croste biologiche proteggono la Grande Muraglia dall’erosione

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Tipiche delle distese aride o semi-aride, le bio-croste del suolo sono una risorsa naturale preziosa quanto sottovalutata. Uno studio internazionale ne ha evidenziato la capacità di contrastare l’erosione

di Matteo Cavallito

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Le croste biologiche formatesi lungo la Grande Muraglia cinese avrebbero contribuito a proteggere quest’ultima dall’erosione del tempo.  Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances. Costruita nell’arco di diversi secoli, a partire dal 221 a.C., la struttura è realizzata con materiali diversi, in larga parte pietra e terra battuta, che sono particolarmente suscettibili al degrado. Come è stato possibile dunque per la barriera sopravvivere così a lungo?

Per rispondere a questa domanda alcuni ricercatori provenienti dall’Accademia delle Scienze Cinese, dall’Instituto de Recursos Naturales y Agrobiología di Siviglia e dalla Northern Arizona University, hanno analizzato le croste stesse ipotizzando che queste ultime abbiamo avuto fino a oggi un ruolo decisivo. E i dati, spiegano, sembrerebbero confermare la supposizione.

Lo studio

Tipiche delle distese aride o semi-aride, le bio-croste o “croste biologiche del suolo” sono una risorsa naturale preziosa quanto sottovalutata. Merito del sorprendente ecosistema ospitato: un mondo vario che comprende funghi, licheni e soprattutto microbi. Per molti anni, sottolinea una nota diffusa dai ricercatori, gli scienziati hanno ipotizzato che questi particolari organismi potessero accelerare il processo di erosione. Ma l’indagine ha smentito questa convinzione.

Analizzando in laboratorio alcuni campioni raccolti in diversi punti della parete, gli studiosi hanno misurato aspetti come la resistenza meccanica e la stabilità. Inoltre hanno testato direttamente le parti del muro, confrontando quelle ricoperte dalle croste e quelle direttamente esposte alle intemperie. Le bio-croste stesse si sono rivelate più forti del materiale in terra battuta su cui crescevano dimostrandosi capaci di preservare la struttura.

La stabilità può aumentare di oltre il 300%

“Abbiamo condotto un’ampia indagine sulle biocroste in tutta la Grande Muraglia e abbiamo scoperto che queste ultime coprono il 67% delle sezioni studiate. Esse migliorano la stabilità meccanica e riducono il livello di erosione”, si legge nello studio. “Rispetto alla terra battuta, le sezioni ricoperte dalla crosta hanno mostrato riduzioni della porosità, della capacità di trattenere l’acqua, dell’erosione e della salinità comprese tra il 2 e il 48% e incrementi della resistenza alla compressione, alla penetrazione e al taglio e aumenti della stabilità degli aggregati compresi tra il 37 e il 321%“.

Gli stessi scienziati, inoltre, “hanno scoperto che la funzione protettiva delle bio-croste dipendeva principalmente dalle caratteristiche delle medesime, dalle condizioni climatiche e dai tipi di struttura”. Lo studio, insomma, “evidenzia l’importanza fondamentale delle croste stesse come soluzione naturale per la conservazione della Grande Muraglia e la protezione della stessa dall’erosione”.

L’importanza delle croste biologiche

A sottolineare l’importanza delle croste biologiche del suolo, lo scorso anno, è stato anche un altro studio dell’Accademia cinese delle scienze che ha sequenziato i processi di ripristino a lungo termine nel margine sud-orientale del deserto di Tengger evidenziando l’influenza di questi ambienti sui cambiamenti che avvengono nelle comunità batteriche del sottosuolo. “Le croste biologiche coprono circa il 30% della superficie globale delle terre aride, costituendo un’interfaccia cruciale tra atmosfera e suolo”, ha affermato lo studio pubblicato sulla rivista Plant and Soil.

“I batteri che le popolano partecipano a quasi tutti i processi del ciclo biogeochimico che possono alterare profondamente la multifunzionalità del suolo e dell’ecosistema e accelerare il ripristino degli ecosistemi”.

A preoccupare però è il deterioramento di questi peculiari strati superficiali su scala globale. All’inizio dello scorso anno, infatti, una ricerca dello U.S. Geological Survey ha evidenziato come il cambiamento climatico stesse determinando il drastico calo della presenza dei licheni, mettendo così a rischio la sopravvivenza della crosta. In assenza di strategie globali di mitigazione climatica, concludevano gli autori, il mondo rischia di perdere dal 25% al 40% delle sue croste entro il 2070.