29 Giugno 2021

Liz Chicaje Churay, vent’anni di lotta per la terra e la biodiversità

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Tra gli ambientalisti insigniti del Premio Goldman 2021 spicca Liz Chicaje Churay. Per due decenni ha lottato per la protezione della terra sacra dell’Amazzonia peruviana. E ha vinto.

di Matteo Cavallito

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C’è anche il nome di Liz Chicaje Churay nella lista dei vincitori dell’edizione 2021 del Premio Goldman, il riconoscimento per gli attivisti ambientali più meritevoli del Pianeta. Un successo carico di significato per la 38enne, membro della comunità indigena Bora che vive ai confini del Parco Nazionale Yaguas, nella regione nord-orientale di Loreto in Perù, presso la frontiera con la Colombia. Perché proprio quel territorio protetto, creato dal governo di Lima nel 2018, rappresenta il principale traguardo di una lotta ventennale per la tutela del suolo, della fauna e della biodiversità. Una storia di impegno, fatica e minacce subite e ignorate. Ma, soprattutto, una storia a lieto fine.

Liz Chicaje Churay, leader ambientalista

Yaguas, ovvero 868 mila ettari di foresta amazzonica, che per il mondo è il simbolo della deforestazione e dello sfruttamento indiscriminato della terra e delle sue risorse. Oggi il parco è disabitato ma la sopravvivenza della sua ricchezza – stimata in 3.000 specie di piante, 500 varietà di uccelli e altrettante circa di pesci – è legata essenzialmente alla lotta dei gruppi indigeni. Che per decenni hanno tentato di contrastare l’azione dei taglialegna e dei minatori illegali.

Liz Chicaje Churay, selezionata per il Premio insieme al leader nativo Benjamín Rodríguez, morto l’anno scorso per complicazioni legate al Covid, è stata il volto di quella battaglia. Uno sforzo capace di catturare l’attenzione delle istituzioni straniere come il Field Museum di Chicago e la Società Zoologica di Francoforte.

Dalla gomma all’oro, oltre due secoli di sfruttamento

“Durante il boom della gomma tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, gli indigeni sono stati costretti a estrarre la materia prima dagli alberi” ha ricordato la BBC. “Si stima che 100.000 persone siano morte per il lavoro forzato, la schiavitù, le torture e le mutilazioni”. Tra le vittime principali anche i Bora, finiti sotto il giogo degli sfruttatori e protagonisti, in alcuni casi, di travagliate fughe nel cuore di quella stessa giungla che oggi ospita il Parco. Ed è stato proprio quel martirio, ha spiegato la stessa Chicaje, a rendere quel territorio “un luogo sacro” per la sua comunità.

Negli ultimi 20 anni la foresta ha ospitato gruppi di cercatori d’oro che, illegalmente, hanno operato nell’area. Liz Chicaje ha iniziato la sua lotta all’età di 16 anni nel tentativo, poi risultato vincente, di unire 23 comunità indigene nella richiesta di creazione del parco. Secondo un rapporto del Servizio Nazionale delle Aree Naturali Protette del Perù, citato dai promotori del Premio Goldman, lo status di riserva naturale consentirà a Yaguas di sequestrare circa 1,5 milioni di tonnellate di carbonio nei prossimi 20 anni.

“Ora le cose cambieranno”

“Continuate a credere nella foresta e nell’ambiente, che è il fondamento del pianeta Terra” ha dichiarato Chicaje, ripresa dal Guardian. Un riferimento al ruolo delle risorse naturali, decisive per la sopravvivenza dei gruppi nativi, che basano il loro sostentamento sulla pesca e l’agricoltura. L’esempio della loro vicenda, in ogni caso, può stimolare oggi anche un rinnovato impegno a livello globale. “Sempre più persone prestano attenzione a ciò che gli indigeni stanno facendo per le foreste” ha dichiarato. E a chi le chiede un pronostico sull’esito delle conferenze sulla biodiversità e sul clima previste quest’anno risponde: “Mi sento ottimista. Penso che le cose cambieranno”. Oggi, conclude ripresa ancora dal quotidiano britannico, “circolano sempre più notizie sul cambiamento climatico. La nostra lotta è più visibile al mondo”.