8 Marzo 2024

California, lontre di mare “sentinelle” anti-erosione

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Uno studio pubblicato su Nature mostra che la ricolonizzazione delle lontre ha rallentato fortemente l’erosione delle sponde dei torrenti e delle paludi costiere. I mammiferi aiutano a contenere la popolazione dei granchi, che mangiano le radici e scavano nel terreno

di Emanuele Isonio

 

Alla base di questa good news c’è un animale – la lontra marina – e il suo insaziabile appetito per i granchi erbivori di palude. I simpatici mammiferi erano particolarmente presenti negli estuari dei fiumi della costa occidentale degli Stati Uniti. Vi trovavano infatti habitat perfetti per nutrirsi. Le paludi, per i più, erano il rifugio ideale per i cuccioli appena nati, proteggendoli dalle fredde acque del Pacifico e garantendo granchi e altre fonti di cibo in grande quantità.

Quando l’uomo ha iniziato a depredare le popolazioni delle lontre, sia per utilizzarne la pelliccia sia attraverso attività agricole e industriali, questi animali sono diminuite drasticamente. Al contrario, è esplosa la quantità di granchi. L’estuario dell’Elkhorn Slough in California è esempio paradigmatico di questo fenomeno. In poco tempo, i granchi hanno raggiunto numeri fuori controllo, mangiando le radici della vegetazione che cresceva nella palude salmastra, scavando il terreno e favorendo quindi l’erosione. Il fenomeno si è però arrestato da quando, a metà degli Anni ’80 le lontre hanno ricominciato a ricolonizzare il territorio.

Dieci anni di test sul campo

L’ipotesi è alla base di uno studio pubblicato su Nature qualche settimana fa da parte dei ricercatori del Nicholas School of the Environment della Duke University e della Sonoma State University. Nella loro ricerca hanno prima di tutto ripercorso e analizzato quasi mezzo secolo di dati: hanno così scoperto che durante i periodi di espansione delle lontre, i tassi di erosione sono diminuiti.

“Circa 100 lontre sono state associate a una diminuzione del tasso di allargamento da 38 centimetri a 10 centimetri all’anno, con un effetto sulla stabilizzazione della sponda del torrente” spiega in una nota Brian Silliman, professore di biologia della conservazione marina e direttore del Duke Wetland and Coasts Center.

Ma come dimostrare l’effettivo rapporto causale che legherebbe lontre marine, granchi e tassi di erosione? I ricercatori hanno quindi deciso di posizionare delle gabbie su una porzione di palude per tenere lontane le lontre. “Laddove abbiamo escluso le lontre, il numero di granchi è raddoppiato in un periodo di due anni”, ha detto Silliman. “Il loro aumento ha cambiato la struttura del sedimento, rendendolo più debole”. Secondo lo studio, i granchi contribuiscono all’erosione scavando i sedimenti, cruciali per la presenza di nutrienti che permettono alle piante di crescere. Conseguenza: l’integrità delle rive dei torrenti è messa a rischio.

Con le lontre tassi di erosione inferiori del 69%

A conferma di questo, le sezioni “ingabbiate” dai ricercatori statunitensi (quindi irraggiungibili dalle lontre) hanno mostrato una diminuzione del 48% della biomassa vegetale fuori terrea e del 15% di quella sotterranea. La densità dei sedimenti inoltre è diminuita dell’8%.

Non contenti, i ricercatori hanno voluto realizzare indagini su larga scala in 13 insenature sottoposte alla marea. Grazie a fotografie aeree e misurazioni sul terreno, hanno potuto determinare che, nell’arco di un decennio, nei siti con elevata densità di lontre i tassi di erosione erano inferiori del 69% rispetto a quelli con bassa densità e alcune paludi di stavano addirittura espandendo. “Il ritorno delle lontre non ha invertito le perdite ma le ha allentate al punto che quegli ecosistemi potrebbero ristabilirsi nonostante tutte le altre pressioni cui sono soggette” commenta Brent Hughes, autore principale dello studio e professore associato di biologia alla Sonoma State University. “Tutto questo suggerisce che potremmo essere davanti a un nuovo strumento molto efficace e convenziente per la conservazione”.

Non solo: “Questo lavoro – aggiunge Silliman – ribalta il paradigma secondo cui la geomorfologia costiera è governata dalle interazioni tra forze fisiche e struttura vegetale. I nostri risultati mostrano inequivocabilmente che anche i predatori svolgono un ruolo fondamentale nel controllo del corso di questi ecosistemi”.

Il legame tra erosione, compattazione del suolo e l'aumento degli eventi catastrofici. FONTE: FAO, 2023.

Il legame tra erosione, compattazione del suolo e l’aumento degli eventi catastrofici. FONTE: FAO, 2023.

Lontre ma non solo…

Le lontre di mare non sono l’unico animale che gli scienziati propongono di utilizzare per tenere sotto controllo o quantomeno rallentare il pericoloso fenomeno dell’erosione delle fasce costiere. Dalla parte opposta degli States, l’Università del Maryland sta utilizzando le ostriche per colonizzare dei castelli le cui basi sono realizzate con blocchi di cemento cavi. I molluschi li riempono edificando delle vere e proprie “fortezze viventi” che respirano e si riparano da sole. Creano così una barriera corallina artificiale, cementando la struttura. L’idea dei ricercatori è di sfruttarle come un rallentatore delle onde, capace di ridurne l’effetto distruttivo sui terreni costieri.

Finora la Chesapeake Bay Foundation, insieme al Dipartimento Risorse naturali del Maryland e ad altre agenzie governative, ha completato l’installazione di più di 5 chilometri quadrati di barriere coralline di ostriche. Il progetto di ripristino ha tra l’altro ottenuto svariati riconoscimenti internazionali e decine di milioni di finanziamenti.

Il progetto infatti non risponde solo all’esigenza di contrastare l’erosione costiera. Ma aiuta anche a riportare la vita nella baia di Chesapeake, che, già negli anni ’70 del secolo scorso era stata identificata come una delle prime zone morte marine. Colpa della proliferazione delle alghe, favorita dai deflussi urbani, agricoli e industriali nella baia. Provocando una riduzione della quantità di ossigeno nell’acqua, portavano alla morte di moltissime specie viventi dell’ecosistema.

Le ostriche si stanno rivelando alleati preziosi anche in questo ambito. L’analisi ha confermato che, durante i mesi estivi, sono in grado di filtrare l’intero volume dell’Harris Creek in meno di 10 giorni. Le barriere coralline ripristinate hanno inoltre il potenziale per rimuovere 450 tonnellate di azoto dalla baia nell’arco di un decennio.