Caldo e siccità, ecco i pro e i contro delle foreste naturali e artificiali
Uno studio sul bacino dello Yangtze rivela un compromesso tra resistenza e recupero: biodiversità e struttura proteggono le foreste naturali, mentre gli alberi giovani e a crescita rapida favoriscono la ripresa di quelle piantate
di Matteo Cavallito
Quando siccità e ondate di calore si verificano contemporaneamente, le foreste naturali resistono meglio di quelle piantate. Queste ultime, per contro, recuperano però più rapidamente. Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Water Resources Research che ha analizzato la risposta delle foreste del bacino del fiume Yangtze all’eccezionale evento climatico dell’estate 2022. Utilizzando tre indicatori satellitari relativi allo stato della vegetazione, alla fotosintesi e alla produttività, i ricercatori del Chengdu Institute of Mountain Hazards and Environment dell’Accademia delle Scienze Cinese hanno potuto monitorare le dinamiche che hanno riguardato le aree forestali. Il risultato ha rivelato così la presenza di un compromesso non scontato tra resistenza e recupero.
Un bacino sempre più esposto agli eventi estremi
Il bacino dello Yangtze è il più grande della Cina per volume di deflusso e, ricordano i ricercatori, ospita alcune delle foreste più importanti del Paese che contribuiscono a prevenire l’erosione del suolo, a regolare le risorse idriche e a sostenere la biodiversità. Dopo aver subito in passato una deforestazione su larga scala, che ha reso l’area più vulnerabile alle grandi alluvioni – tra cui si ricorda in particolare quella del 1998 – l’area è stata oggetto di un importante intervento di rigenerazione che ha portato alla diffusione delle foreste piantate la cui estensione è paragonabile oggi a quella delle foreste naturali. Negli ultimi anni, tuttavia, questi ecosistemi sono stati soggetti alle conseguenze del cambiamento climatico, a partire dalla crescente frequenza e intensità degli eventi composti da siccità e ondate di calore.
Fenomeni che, “a differenza delle siccità o delle ondate di calore isolate”, spiegano gli autori, “possono amplificare lo stress fisiologico delle piante, ridurre l’umidità del suolo e innescare una cascata di perturbazioni degli ecosistemi a causa della loro concomitanza e della loro durata”.
In questo contesto, i ricercatori si sono posti l’obiettivo di capire non soltanto quale tipo di foresta fosse maggiormente colpito ma anche quale riuscisse a recuperare più rapidamente. E in questo senso, rileva lo studio, “l’evento senza precedenti di siccità e ondata di calore concomitanti del 2022 ha offerto un’opportunità unica per valutare le risposte delle foreste piantate e naturali a perturbazioni climatiche estreme di questo tipo”.
La maggiore resistenza delle foreste naturali
Valutando grandezze specifiche come l’indice di vegetazione normalizzato kernel (kNDVI), che misura l’attività e la vigoria delle piante, e la produttività primaria lorda (GPP), che indica il carbonio fissato dalla vegetazione stessa, e considerando il dataset globale ad alta risoluzione della fluorescenza della clorofilla indotta dalla luce solare (GOSIF), che descrive l’attività di fotosintesi, gli autori sono giunti a una conclusione chiara: durante l’evento del 2022 le foreste piantate hanno registrato una maggiore riduzione dell’attività vegetale. Le foreste naturali, invece, hanno mostrato una maggiore capacità di limitare i danni.
La spiegazione è legata soprattutto alla struttura dei due sistemi, le cui differenze sembrano tradursi direttamente nella diversa capacità di affrontare l’evento estremo.
Con la loro maggiore diversità di specie, chiome più alte e stratificate e una maggiore biomassa, ad esempio, le foreste naturali analizzate “hanno attenuato gli impatti diretti degli eventi concomitanti di siccità e ondata di calore e hanno mostrato una maggiore resistenza”. Le foreste “create attraverso la piantumazione o la semina”, invece, “sono in genere popolamenti coetanei e a crescita rapida, caratterizzati da chiome semplificate, una minore diversità di specie e una maggiore densità, caratteristiche che possono far aumentare l’esposizione allo stress idrico e termico simultaneo”.
Un compromesso tra resistenza e recupero
Dopo la crisi, però, il quadro cambia. Nel 2023, osserva lo studio, le foreste piantate hanno sperimentato infatti una ripresa significativamente più rapida rispetto a quelle naturali, soprattutto nelle condizioni più estreme. Gli autori collegano questo risultato alla prevalenza, nelle piantagioni, di alberi giovani e specie a crescita rapida, capaci di riprendere velocemente l’attività vegetativa una volta ristabilita la disponibilità d’acqua.
Per contro, gli stessi elementi che proteggono le foreste naturali durante la crisi — alberi più vecchi, maggiore biomassa e una struttura più complessa — possono rallentare il loro ritorno alle condizioni precedenti.
Il risultato dello studio, insomma, mostra “un chiaro compromesso tra resistenza e recupero nei diversi tipi di foresta” evidenziando quindi la necessità di considerare entrambe queste dimensioni nella gestione di questi ecosistemi. Gli autori, in particolare, suggeriscono di sostituire gli impianti di una singola specie con la creazione di foreste miste e più diversificate. La conservazione delle foreste naturali, al tempo stesso, resta fondamentale per mantenere la stabilità degli ecosistemi e delle loro funzioni idrologiche di fronte a eventi climatici sempre più impattanti.

Tom Jarrett Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0 Deed 
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