22 Febbraio 2024

Artico: lo stop ai dati dalla Russia mette a rischio lo studio del clima

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Dopo l’invasione dell’Ucraina le comunicazioni tra le stazioni artiche presenti in Russia e quelle situate nei Paesi occidentali si sono interrotte. E non senza conseguenze, afferma uno studio danese

di Matteo Cavallito

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La fine della collaborazione tra le stazioni russe e le omologhe occidentali impegnate nel monitoraggio della regione artica ha reso sempre più difficile la raccolta di dati completi sul cambiamento climatico. Un problema evidente che rischia di creare nuove distorsioni limitando ulteriormente un sistema di osservazione già di per sé non del tutto efficace. È l’allarme lanciato da uno studio internazionale guidato dai ricercatori dell’Università di Aarhus, in Danimarca, e pubblicato sulla rivista Nature Climate Change.

Le comunicazioni si sono interrotte dopo l’attacco all’Ucraina

Gli autori hanno preso in esame il lavoro del progetto INTERACT, un’iniziativa che coinvolge attualmente 74 basi terrestri in Europa settentrionale, Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Isole Fær Øer e Scozia. La lista includeva in origine altre 21 stazioni di ricerca russe che oggi sono momentaneamente “in pausa”. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, infatti, i rapporti si sono interrotti. Ma non senza conseguenze.

“I dati che prima affluivano dalle stazioni di ricerca russe nell’Artico alla comunità scientifica internazionale hanno smesso di arrivare”, segnala una nota dell’università danese. “E questo è un problema perché (la mancanza di informazioni, ndr) limita fortemente la nostra comprensione dei rapidi cambiamenti che l’Artico sta subendo”. Tagliando fuori, di fatto, metà delle terre emerse della regione.

Lo studio

Per valutare l’impatto della carenza di informazioni, “quantifichiamo la capacità delle stazioni di ricerca artiche, con o senza l’inclusione delle stazioni russe, di rappresentare le condizioni dell’ecosistema artico nel suo complesso”, si legge nello studio. I ricercatori, in particolare, si sono concentrati su otto variabili chiave: temperatura media annua dell’aria, precipitazioni totali, profondità della neve, umidità del suolo, biomassa della vegetazione, carbonio del suolo, produttività primaria netta e respirazione eterotrofa.

In definitiva, osserva lo studio, l’assenza di dati dalla Russia, “ha comportato una marcata perdita di rappresentatività in quasi tutte le variabili ecosistemiche, rispetto alle variabili modellate per l’intera regione pan-artica”.

Uno degli aspetti più problematici è dato dall’esclusione della taiga siberiana, la tipica foresta boreale russa. Questo ecosistema, ricorda Efrén López-Blanco, ricercatore dell’Università di Aarhus e co-autore dello studio, “assorbe una quantità significativa di carbonio, che si accumula sotto forma di biomassa e di elemento organico del suolo. La Siberia è quindi una parte importante del sistema climatico artico. Tralasciarne la maggior parte significa far aumentare ulteriormente la nostra distorsione”.

Con o senza Russia serve un sistema più rappresentativo

Secondo López-Blanco, la perdita di dati dalla Russia può intaccare “la capacità di tracciare le risposte ecologiche globali ai cambiamenti climatici, tra cui il degrado del permafrost, gli spostamenti della vegetazione e le emissioni di carbonio”. Per questo, suggerisce, sarebbe opportuno “migliorare l’attuale infrastruttura di ricerca” ma anche “identificare altre località con condizioni simili a quelle delle aree russe attualmente mancanti”, soprattutto nel Canada settentrionale e in Scandinavia.

In ogni caso, lascia intendere la ricerca, il sistema di monitoraggio nel suo complesso dovrebbe essere modificato per diventare più rappresentativo e, di conseguenza, più affidabile.

“I nostri risultati suggeriscono che, anche con l’inclusione di tutte le stazioni russe, la rete INTERACT è costantemente distorta per alcune variabili ecosistemiche e non è quindi pienamente rappresentativa delle condizioni ecosistemiche in tutto il dominio pan-artico”, afferma lo studio. “Le stazioni INTERACT sono generalmente situate nelle zone leggermente più calde e umide dell’Artico, in aree con manti nevosi generalmente più profondi e in territori con una biomassa vegetale e un carbonio del suolo inferiori rispetto alla regione artica nel suo complesso”.