26 Ottobre 2026

Foreste, proteggere lo strato organico aiuta a conservare il carbonio del suolo

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Preservare la copertura del terreno favorisce il mantenimento del carbonio dopo il taglio degli alberi. Rimuoverla, spiega una ricerca canadese, provoca perdite che persistono per decenni

di Matteo Cavallito

Proteggere lo strato organico che ricopre il suolo delle foreste aiuta a conservarne il carbonio anche dopo il taglio degli alberi. Rimuoverlo, per contro, provoca perdite consistenti che possono persistere a lungo. Lo rivela uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Biogeosciences, basato su vent’anni di osservazioni in dodici siti forestali della Columbia Britannica, in Canada.

La ricerca mostra come gli effetti del prelievo del legname dipendano dalle modalità di intervento e dalla tutela della superficie del terreno. “Proteggere lo strato organico superficiale da ulteriori alterazioni durante il taglio ha consentito di limitare al minimo l’impatto sulle riserve di carbonio del suolo”, scrivono gli autori. Quando questa copertura rimane intatta, infatti, le riserve dell’elemento nel terreno risultano relativamente stabili anche a distanza di due decenni.

Un deposito di carbonio da proteggere

I suoli boschivi custodiscono, secondo le stime, oltre il 40% del carbonio immagazzinato nelle foreste mondiali. Valutare le perdite associate al taglio degli alberi, tuttavia, è complicato. Specie vegetali, clima, caratteristiche del terreno e precedenti pratiche di gestione, infatti, possono influenzare i risultati. Incendi, insetti e malattie contribuiscono inoltre a modificare le riserve. Diverse ricerche, infine, non distinguono chiaramente gli effetti della rimozione degli alberi da quelli del disturbo provocato dai macchinari.

Al centro dell’indagine canadese, ripresa da Eos, la rivista dell’American Geophysical Union, c’è lo strato organico superficiale formato da materiale vegetale in decomposizione. Gli scienziati lo hanno analizzato escludendo dai campioni le foglie e gli altri residui vegetali appena caduti.

Proteggere questa copertura, spiegano, è una priorità. “In queste foreste primarie, gli effetti complessivi del prelievo del legname sulle riserve di carbonio del suolo (SCS) sono stati generalmente contenuti nell’arco dei vent’anni quando lo strato organico superficiale è rimasto intatto”, si legge nello studio. Il risultato, in ogni caso, riguarda le riserve del terreno e non il bilancio complessivo del carbonio della foresta che comprende anche quello contenuto negli alberi asportati.

Dodici siti canadesi

Gli autori hanno utilizzato i dati del programma British Columbia Long-Term Soil Productivity, confrontando dodici siti distribuiti in quattro zone biogeoclimatiche della regione canadese. Ogni sito comprendeva nove parcelle nelle quali erano stati combinati tre livelli di compattazione e altrettanti trattamenti di rimozione della sostanza organica. Nel primo venivano asportati soltanto i tronchi, lasciando sul posto cime e rami; nel secondo si rimuovevano anche questi residui; nel terzo veniva eliminato anche lo strato organico superficiale (un trattamento sperimentale estremo, non rappresentativo delle normali pratiche forestali).

I campioni erano stati raccolti prima del taglio e dopo 5, 10 e 20 anni, esaminando sia la copertura organica sia il suolo minerale fino a 20 centimetri di profondità. Quando lo strato superficiale rimaneva intatto, dopo due decenni il suo carbonio era diminuito mediamente del 5%, una variazione non statisticamente significativa, mentre quello nel suolo minerale era aumentato del 14%.

Gli effetti della rimozione persistono dopo 20 anni

Conservare i residui offriva un ulteriore vantaggio: “al ventesimo anno, la differenza nelle riserve di carbonio dello strato organico superficiale (SCSFF) tra l’asportazione dei soli tronchi e quella degli alberi interi ammonta a 3,6 tonnellate di carbonio per ettaro, pari al 15% delle riserve iniziali”, afferma lo studio. La differenza tra i due trattamenti equivaleva quindi al 15% della riserva organica iniziale, pur avendo una significatività statistica marginale.

Nel trattamento estremo, invece, il carbonio totale del suolo era diminuito del 52% entro cinque anni e, dopo vent’anni, risultava ancora inferiore di circa un terzo rispetto ai livelli precedenti al taglio.

Recuperi lenti soprattutto nei siti aridi

Dove è stato possibile stimarlo, il ritorno delle riserve complessive ai livelli iniziali richiederebbe dai 22 agli 86 anni, ipotizzando che i ritmi osservati rimangano costanti. Le condizioni locali fanno però la differenza: “i siti alle latitudini più basse e con i maggiori deficit idrici (IDFdm) non hanno mostrato alcun segnale di recupero in due decenni”, spiegano gli autori. La compattazione, invece, pur avendo aumentato la densità del terreno, non aveva prodotto effetti misurabili sulle riserve di carbonio nelle condizioni controllate dell’esperimento.

Pur avendo conseguenze sulle caratteristiche fisiche del suolo, la compattazione non aveva quindi prodotto variazioni misurabili delle riserve di carbonio. Per questo parametro, infatti, la protezione dello strato organico e la gestione dei residui erano risultate più determinanti.

In questo quadro, sottolineano gli autori, “le future operazioni di taglio pianificate per preservare lo strato organico superficiale, limitando le alterazioni eccessive del terreno, ridurranno notevolmente le potenziali perdite di carbonio del suolo nei primi due decenni successivi al prelievo del legname”. La tutela del carbonio, concludono, passa anche dalla pianificazione dei lavori e, al tempo stesso, dalla capacità di preservare la copertura organica del terreno.