In Alaska il suolo si riscalda più rapidamente nelle regioni con permafrost continuo
Una ricerca ricostruisce le temperature del permafrost tra il 1997 e il 2023, offrendo nuovi dati per prevedere il disgelo e pianificare le infrastrutture. La maggiore profondità non attenua la tendenza
di Matteo Cavallito
Il suolo dell’Alaska si sta riscaldando anche in profondità ed evidenzia gli aumenti più rapidi nella regione artica caratterizzata dal permafrost continuo. Lo rivela una ricerca della Washington State University che ha analizzato le temperature registrate tra il 1997 e il 2023. Il terreno, dunque, risente dell’amplificazione polare, il fenomeno per cui il riscaldamento è più intenso alle alte latitudini.
“Le temperature del suolo e dell’aria sono aumentate significativamente in tutta l’Alaska”, si legge nello studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Climate. “L’amplificazione polare era evidente sia nel terreno sia nell’atmosfera, con un riscaldamento più rapido nella regione con permafrost continuo (l’Artico) e meno intenso al diminuire della latitudine”.
Comprendere la risposta del suolo
In Alaska la temperatura dell’aria aumenta a un ritmo doppio rispetto ai 48 Stati contigui degli USA. In questo scenario capire come risponde il terreno è essenziale: il disgelo del permafrost, infatti, può favorire il rilascio di anidride carbonica e metano, alimentando il riscaldamento, e compromettere strade, edifici e oleodotti costruiti sul suolo ghiacciato. L’aumento del calore dell’aria, però, non si trasmette al suolo con la stessa intensità.
“Sebbene siano certamente collegati, gli andamenti delle temperature dell’aria e del suolo non sono intercambiabili perché il terreno può essere protetto dalle temperature atmosferiche estreme durante i lunghi inverni con una copertura nevosa persistente”, osserva lo studio.
Il manto nevoso, in altre parole, isola il terreno mantenendolo più caldo dell’aria in inverno e attenua anche la trasmissione del riscaldamento atmosferico. Determinanti, inoltre, sono anche umidità, vegetazione e caratteristiche del paesaggio. Per comprendere questi processi servono misurazioni dirette che, tuttavia, sono difficili da raccogliere in un territorio vasto e spesso isolato.
Gli incrementi maggiori nel permafrost continuo
Per ovviare al problema, le ricercatrici della Washington State Erin E. Oliver e Claire L. Phillips hanno integrato i dati di 43 stazioni meteorologiche con serie di durata variabile da 10 a 27 anni suddividendole fra regioni con permafrost continuo, discontinuo e assente. Le temperature del suolo sono state analizzate a 5, 20 e 50 centimetri e, nella sola regione con permafrost continuo, anche a 70, 95 e 120 . L’aumento medio nel terreno raggiunge gli 0,64 °C per decennio nella regione dove il suolo è continuamente ghiacciato, contro gli 0,37 °C misurati in quella con permafrost discontinuo e gli 0,35 °C rilevati nelle aree che ne sono prive.
Nella prima regione l’aria si è riscaldata ancora più rapidamente: 1,15 °C per decennio rispetto agli 0,64 °C del terreno. Nelle altre due la differenza tra i ritmi di riscaldamento dell’aria e del suolo non è risultata statisticamente significativa.
La profondità, invece, non ha attenuato la tendenza: “Le temperature aumentavano lungo l’intero profilo del suolo (misurato da 5 a 120 cm nell’Artico e da 5 a 50 cm alle latitudini inferiori), senza differenze significative tra le profondità esaminate all’interno di ciascuna regione”, rileva la ricerca. “Si tende a pensare che le temperature del terreno siano più stabili man mano che si scende. Le oscillazioni stagionali si attenuano ma la tendenza al riscaldamento nel lungo periodo era in realtà più evidente in profondità“, ha spiegato Phillips. Negli strati più profondi del suolo, le temperature variano meno tra una stagione e l’altra: per questo è più facile distinguere il riscaldamento nel lungo periodo dalle normali variazioni stagionali.
Neve e stagioni aiutano a prevedere i cambiamenti
Il riscaldamento segue calendari diversi. Nella regione con permafrost continuo gli aumenti più marcati si osservano in inverno e primavera, in quella con terreno ghiacciato discontinuo soprattutto in inverno, nelle zone che ne sono prive questi si verificano in estate. Anche lo spessore della neve fa la differenza: nelle regioni centrali e meridionali il manto più consistente offre un isolamento maggiore rispetto a quello della regione artica.
“In tutte e tre le regioni, la correlazione era più forte in assenza di neve che in sua presenza. Inoltre, lo spessore del manto nevoso influenzava il grado di isolamento termico del suolo”, scrivono le autrici.
Lo studio offre così una base per migliorare le previsioni sul futuro disgelo e orientare la pianificazione delle infrastrutture. La ricerca non misura direttamente le emissioni ma chiarisce dove e quando il terreno si riscalda. Le future variazioni delle precipitazioni e della copertura nevosa potranno modificare questa risposta: monitorare insieme aria, suolo e neve sarà quindi essenziale per comprendere l’evoluzione del permafrost e favorire l’adattamento.

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