9 Settembre 2026

Entro il 2100 le terre aride potrebbero coprire oltre il 40% del pianeta

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Un nuovo studio aggiorna la mappa globale delle “drylands”. Anche considerando l’effetto della CO2 sulla traspirazione delle piante, le aree aride continueranno ad avanzare. Ma il dato globale nasconde una profonda redistribuzione regionale

di Emanuele Isonio

 

Entro fine secolo oltre il 40% delle terre emerse potrebbe essere classificato come area arida. Lo rivela uno studio pubblicato su Environmental Research Letters da ricercatori della Chinese Academy of Forestry e dello US Forest Service. L’analisi, basata su 19 modelli climatici, stima l’evoluzione delle drylands fino al 2100 secondo tre scenari di emissione.

Il termine drylands non indica soltanto i deserti. Comprende le zone iperaride, aride, semiaride e subumide secche, dove la disponibilità d’acqua è limitata rispetto a quella che potrebbe evaporare dal suolo e traspirare dalla vegetazione.

La crescita delle aree iperaride

Si usa l’indice di aridità, rapporto tra precipitazioni ed evapotraspirazione potenziale: sotto 0,65 un’area rientra nella categoria. Sono escluse le regioni fredde, limitate soprattutto dalle basse temperature.

Nel trentennio 1994-2023 le terre aride occupavano già il 38,58% della superficie terrestre globale, Antartide esclusa. Prevalgono le zone semiaride, mentre le maggiori aree iperaride si concentrano in Algeria, Libia e Arabia Saudita. Dal 1960 al 2023 la loro estensione è cresciuta, pur con forti oscillazioni annuali, di 39.100 chilometri quadrati l’anno: un’area grande poco meno della Svizzera, ogni dodici mesi.

La crescita proseguirà, ma più lentamente. Nel periodo 2071-2100 le drylands coprirebbero il 39,31% delle terre emerse nello scenario con emissioni contenute, il 39,68% in quello intermedio e il 40,28% nello scenario SSP5-8.5, ad alte emissioni. In quest’ultimo caso l’aumento sarebbe di 2,37 milioni di chilometri quadrati. Ad avanzare di più sarebbero le aree iperaride.

Distribuzione spaziale delle aree aride globali e delle relative zone climatiche nel periodo 1994–2023 (a); percentuale di ciascuna zona climatica (b). FONTE: Cai et al., Environmental Research Letters, 2026.

Distribuzione spaziale delle aree aride globali e delle relative zone climatiche nel periodo 1994–2023 (a); percentuale di ciascuna zona climatica (b). FONTE: Cai et al., Environmental Research Letters, 2026.

Il Mediterraneo tra le zone più coinvolte

Il dato medio globale racconta però solo parte della storia. Nello scenario a maggiori emissioni la quota di terre aride crescerebbe di 1,7 punti, ma i passaggi tra classi climatiche coinvolgerebbero il 14,75% dell’intera superficie terrestre. Le transizioni verso condizioni più secche sarebbero da 1,3 a 1,7 volte più estese di quelle verso condizioni più umide. I cambiamenti maggiori sono attesi lungo i margini delle drylands: Australia, Brasile, Africa australe e settentrionale, Mediterraneo, Asia occidentale e centrale. India, Cina settentrionale, Sahel e Africa orientale includerebbero invece aree relativamente più umide.

Gli hotspot, dove l’indice di aridità varia in modo significativo, tra il 1960 e il 2023 hanno interessato il 36% delle attuali terre aride: il 29,2% verso l’inaridimento e il 6,8% in direzione opposta. In futuro la superficie coinvolta potrebbe salire dal 44,9% nello scenario a basse emissioni all’86,5% in quello più critico. Australia, Brasile orientale e parti dell’Africa resterebbero hotspot di inaridimento. La Cina nord-occidentale potrebbe mantenere una tendenza all’umidificazione, mentre zone dell’Australia centrale diventerebbero nuovi punti caldi di aridità.

Transizioni e persistenza degli hotspot di variazione dell'aridità nelle aree aride globali. Distribuzione spaziale delle variazioni negli hotspot di inaridimento e di aumento dell'umidità dal periodo storico (1960–2023) al periodo futuro (2021–2100) negli scenari SSP126 (a), SSP245 (b) e SSP585 (c). Le sigle D–D e W–W indicano hotspot persistenti, rispettivamente di inaridimento e di aumento dell'umidità; D–W e W–D indicano la transizione, rispettivamente, da hotspot di inaridimento a hotspot di aumento dell'umidità e viceversa. Le percentuali sono espresse in relazione all'estensione delle aree aride nel periodo di riferimento 1994–2023. FONTE: Cai et al., Environmental Research Letters, 2026.

Transizioni e persistenza degli hotspot di variazione dell’aridità nelle aree aride globali. Distribuzione spaziale delle variazioni negli hotspot di inaridimento e di aumento dell’umidità dal periodo storico (1960–2023) al periodo futuro (2021–2100) negli scenari SSP126 (a), SSP245 (b) e SSP585 (c). Le sigle D–D e W–W indicano hotspot persistenti, rispettivamente di inaridimento e di aumento dell’umidità; D–W e W–D indicano la transizione, rispettivamente, da hotspot di inaridimento a hotspot di aumento dell’umidità e viceversa. Le percentuali sono espresse in relazione all’estensione delle aree aride nel periodo di riferimento 1994–2023. FONTE: Cai et al., Environmental Research Letters, 2026.

L’importanza della metodologia utilizzata

Una novità metodologica spiega perché le stime siano più contenute rispetto a studi precedenti, che indicavano persino il 50-56%. Il modello considera l’effetto della CO2 sull’evapotraspirazione. Con più anidride carbonica, le piante possono ridurre l’apertura degli stomi, i pori delle foglie attraverso cui scambiano gas e perdono acqua. La minore traspirazione attenua in parte l’aumento della domanda evaporativa dovuto al riscaldamento.

Ignorare questo meccanismo, nello scenario ad alte emissioni, porterebbe a stimare per fine secolo terre aride pari al 42,11% della superficie, anziché al 40,28%: una differenza di 2,44 milioni di chilometri quadrati. Aumenterebbe inoltre dal 42 al 55,1% la quota degli hotspot di inaridimento. L’effetto della CO2 non cancella dunque l’espansione, ma ne ridimensiona la stima e modifica la geografia delle aree più esposte.

L’importanza dell’evaporazione del suolo

Gli autori invitano però alla cautela. La risposta delle piante alla CO2 è frenata dalla scarsità d’acqua e nutrienti; dove la vegetazione è rada conta anche l’evaporazione dal suolo. Il modello, inoltre, non rappresenta esplicitamente uso del suolo, irrigazione, prelievi di falda e consumi umani d’acqua. Per stimare i rischi reali di degrado e desertificazione questi fattori vanno integrati con vegetazione e idrologia.

Il superamento della soglia del 40%, quindi, non significa che quasi metà delle terre emerse diventerà un deserto. Segnala però l’allargamento e, soprattutto, la riorganizzazione di territori strutturalmente vulnerabili alla scarsità idrica. Un processo destinato a mettere sotto pressione suoli, ecosistemi, disponibilità d’acqua e attività agricole, rendendo ancora più urgenti la riduzione delle emissioni e strategie di gestione capaci di aumentare la resilienza dei territori.