28 Agosto 2026

La siccità prolungata lascia cicatrici sull’economia per anni

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I danni economici della siccità prolungata durano molto più a lungo rispetto all'emergenza meteorologica. FOTO: giannino nalin from Pixabay

In Italia, la siccità del 2015-2018 è associata a 24,3 miliardi di euro di perdite e 330mila posti di lavoro in meno. Un nuovo studio del CMCC e del Politecnico di Milano quantifica per la prima volta gli effetti della crisi idrica nei diversi settori e mostra quanto potrebbero aggravarsi con un riscaldamento globale di 2 °C

di Emanuele Isonio

 

Quando torna la pioggia, la siccità finisce. Almeno dal punto di vista meteorologico. Per l’economia, invece, la storia può essere molto diversa. Campi che hanno perso un raccolto, imprese che hanno rinviato investimenti, cantieri rallentati, consumi e occupazione ridotti possono continuare a risentire dello shock climatico anche per diversi anni. È proprio questa «coda lunga» della siccità il fenomeno al centro di una nuova ricerca guidata da Marta Mastropietro della Fondazione CMCC e del Politecnico di Milano, con Massimo Tavoni come autore senior.

Valutare gli effetti economici della siccità prolungata

Lo studio – intitolato Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe – analizza gli effetti economici delle siccità prolungate in Europa con un livello di dettaglio territoriale e settoriale finora non raggiunto. I ricercatori hanno incrociato dati climatici ad alta risoluzione con informazioni economiche riferite alle regioni NUTS3, utilizzando diversi indicatori di siccità e modelli statistici capaci di seguire gli effetti dell’esposizione nel tempo.

Il risultato più importante è anche quello che rischia di essere maggiormente sottovalutato nelle tradizionali valutazioni dei danni:

la siccità non produce soltanto un danno immediato, ma può innescare una sequenza di conseguenze che si accumulano negli anni successivi.

Un singolo episodio determina già nel primo anno una riduzione della crescita del PIL pro capite, ma gli effetti economici più consistenti emergono nei sei anni successivi, fino ad arrivare a circa un punto percentuale di crescita cumulata perduta.

Impatti cumulativi del PIL pro capite dell'evento di siccità 2015-2018 a livello NUTS-3, in base al clima osservato (in alto) e in base a uno scenario di riscaldamento globale di +2°C (in basso). FONTE: Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, 2026.

Impatti cumulativi del PIL pro capite dell’evento di siccità 2015-2018 a livello NUTS-3, in base al clima osservato (in alto) e in base a uno scenario di riscaldamento globale di +2°C (in basso). FONTE: Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, 2026.

Il conto della siccità 2015-2018

Per capire la dimensione del fenomeno, i ricercatori hanno analizzato in particolare la grande siccità europea del periodo 2015-2018, uno degli episodi pluriennali più severi degli ultimi secoli.

Secondo le stime dello studio, quell’evento è associato a una riduzione cumulata della crescita del PIL pro capite pari a circa il 2,75% nell’Unione europea a 27 e nel Regno Unito. Tradotto in valore economico, il conto raggiunge circa 439 miliardi di euro, accompagnato da una contrazione degli investimenti superiore al 12% e da circa 5,8 milioni di posti di lavoro in meno.

Scenario SPEI-3 per l'evento di siccità del 2022. Impatti cumulativi sulla crescita del PIL pro capite, integrati sull'intero orizzonte di risposta. FONTE: Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, 2026.

Scenario SPEI-3 per l’evento di siccità del 2022. Impatti cumulativi sulla crescita del PIL pro capite, integrati sull’intero orizzonte di risposta. FONTE: Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, 2026.

Ma cosa sarebbe successo se la stessa siccità si fosse verificata in un clima più caldo?

La risposta arriva dalle simulazioni condotte dagli autori: in uno scenario compatibile con 2 °C di riscaldamento globale rispetto alla fine dell’Ottocento, un evento analogo avrebbe prodotto una perdita cumulata di circa il 5,23% del PIL pro capite, quasi il doppio rispetto a quella stimata per il 2015-2018, con un costo economico nell’ordine dei 760 miliardi di euro e circa 10,8 milioni di posti di lavoro coinvolti.

Il motivo è che l’aumento delle temperature non si limita a rendere più probabili condizioni siccitose: può anche amplificarne l’intensità e la durata, aumentando l’esposizione delle economie regionali a condizioni di scarsità d’acqua.

L’Italia e il peso di 24 miliardi

Anche l’Italia emerge tra i Paesi destinati a pagare un prezzo elevato. La siccità del 2015-2018 è associata nel nostro Paese a una perdita di 1,45 punti percentuali nella crescita del PIL pro capite, equivalente a circa 24,3 miliardi di euro, e a una riduzione dell’occupazione stimata in circa 330mila posti di lavoro.

In un mondo più caldo di 2 °C, le conseguenze di un evento analogo diventerebbero molto più pesanti: la perdita di crescita raggiungerebbe 3,99 punti percentuali, per un costo stimato intorno ai 74 miliardi di euro, mentre i posti di lavoro coinvolti arriverebbero a circa 960mila.

Il Mediterraneo, in particolare, appare come una delle aree europee più esposte. Spagna, Grecia, Portogallo e Albania sono tra i Paesi nei quali l’aumento delle temperature potrebbe moltiplicare maggiormente gli impatti economici. In Spagna, per esempio, la perdita di PIL associata a un evento simile passerebbe da circa 2,2 a 7,7 punti percentuali; in Grecia da 1,4 a 5,5.

Agricoltura: il colpo è immediato

La ricerca permette anche di distinguere per la prima volta in modo dettagliato le diverse risposte dei settori economici. E qui emerge un elemento apparentemente controintuitivo: l’agricoltura è il settore che subisce il colpo più forte nell’immediato, ma non necessariamente quello che porta le conseguenze più a lungo.

La scarsità d’acqua si traduce rapidamente in una riduzione delle produzioni agricole. Tuttavia, nel giro di due o tre anni, il settore può in parte recuperare attraverso diversi meccanismi di adattamento: assicurazioni, variazioni dei prezzi, sostituzione o modifica delle colture e altre strategie adottate dalle imprese agricole.

Per manifattura ed edilizia, invece, la dinamica è diversa. Gli effetti sono meno immediati ma molto più persistenti. Le imprese possono rinviare o ridurre gli investimenti, modificare i piani produttivi e affrontare costi maggiori anche dopo che l’evento siccitoso è terminato. L’edilizia e il manifatturiero sono così tra i comparti che conservano le cicatrici più profonde e durature della siccità.

I servizi mostrano invece conseguenze mediamente più deboli e attenuate. Questo conferma che non esiste un unico «costo della siccità»: la vulnerabilità dipende dalla struttura economica dei territori e dalla capacità dei diversi settori di assorbire e recuperare lo shock.

Quando l’adattamento non basta più

È forse questa la lezione più importante per le politiche climatiche. Le economie hanno già sviluppato strumenti per reagire alla siccità: infrastrutture idriche e invasi, assicurazioni, modifiche delle colture, strategie di gestione del rischio. Ma la ricerca mostra che la capacità di adattamento ha dei limiti.

Quanto più un periodo siccitoso si prolunga, infatti, tanto più i suoi costi tendono ad accumularsi. Le misure che funzionano per fronteggiare un singolo anno anomalo possono diventare insufficienti quando la scarsità d’acqua si ripete o si protrae per più stagioni consecutive.

“Le siccità pluriennali stanno diventando sempre più frequenti, ed è proprio qui che risiede il vero rischio”, spiega Marta Mastropietro. Un anno di siccità provoca danni concreti, ma quando l’evento persiste gli effetti possono sommarsi tra settori diversi e continuare ad accumularsi per anni. È proprio questa combinazione di effetti cumulativi e di lunga durata, secondo la ricercatrice, a essere spesso trascurata dalle stime tradizionali.

Il messaggio riguarda quindi anche il modo in cui si progettano le politiche di adattamento. Non basta prepararsi alla siccità di oggi: occorre considerare quella che potrebbe verificarsi in un clima molto più caldo, quando durata, frequenza e intensità degli eventi potrebbero mettere sotto pressione contemporaneamente agricoltura, industria, infrastrutture e mercato del lavoro.

Per Massimo Tavoni, la ricerca evidenzia “la persistenza degli impatti sociali ed economici delle siccità europee” e la vulnerabilità del continente di fronte a un clima sempre più caldo. La sfida, conclude, è progettare istituzioni e mercati capaci di funzionare anche in condizioni climatiche estreme.

La siccità, insomma, non è soltanto una crisi dell’acqua. È uno shock economico che può propagarsi nel tempo, trasferendosi dai campi alle fabbriche, dai cantieri agli investimenti e dal clima al mercato del lavoro. E con l’aumento delle temperature, il rischio è che il conto non cresca semplicemente in proporzione: possa moltiplicarsi.