3 Luglio 2026

In California gli incendi più devastanti sono ormai la norma

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Uno studio mostra come il cambiamento climatico e la gestione delle foreste abbiano trasformato la natura prevalente degli incendi. Dal 2012 sono più comuni i roghi ad alta intensità, con conseguenze ambientali ed economiche sempre più gravi

di Matteo Cavallito

Gli incendi che devastano le foreste negli Stati Uniti sudoccidentali sono diventati sempre più distruttivi nell’arco di meno di mezzo secolo. Se in passato il fuoco rappresentava un elemento naturale del ciclo ecologico, favorendo il rinnovamento degli ecosistemi, oggi prevalgono invece gli incendi ad alta intensità, capaci di distruggere intere porzioni di foresta e impedirne la rigenerazione.

È quanto emerge da un’indagine condotta da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di Los Angeles (UCLA). Secondo gli studiosi, il cambiamento nell’intensità delle fiamme – influenzato anche dall’aumento delle temperature e dalla crescente aridità – è destinato ad avere conseguenze rilevanti non soltanto sul piano ambientale.

Da 15 anni gli incendi più distruttivi sono anche i più diffusi

Per decenni gli incendi che interessavano le foreste californiane sono stati prevalentemente di bassa o media intensità. Pur bruciando parte della vegetazione, eliminavano infatti il sottobosco e il materiale secco senza compromettere la sopravvivenza degli alberi più grandi, contribuendo così a mantenere gli ecosistemi in equilibrio. Oggi, invece, lo scenario è profondamente cambiato. “Storicamente il fuoco ha svolto un ruolo di rigenerazione ecologica nelle foreste della California”, spiega lo studio pubblicato sulla rivista PNAS.

Negli ultimi anni, tuttavia, “gli incendi a bassa intensità, storicamente predominanti, sono stati progressivamente sostituiti da roghi ad alta intensità che distruggono interi popolamenti forestali che sono diventati la tipologia più frequente a partire dal 2012″.

In quello che è ormai lo scenario più comune, le fiamme si propagano su superfici sempre più estese e raggiungono temperature tali da distruggere completamente la copertura forestale. Il problema, inoltre, non si limita alla perdita degli alberi, ma coinvolge il funzionamento complessivo degli ecosistemi, compromettendone la biodiversità, la capacità di assorbire anidride carbonica, la regolazione del ciclo dell’acqua e numerosi servizi ecosistemici essenziali.

Quarant’anni di fiamme sotto la lente dei ricercatori

Le conclusioni degli scienziati si basano sull’analisi dei dati satellitari relativi a 4.391 incendi forestali verificatisi tra il 1985 e il 2024. Gli autori hanno valutato la severità dei singoli eventi misurando i danni provocati agli alberi e al suolo. L’analisi ha evidenziato che la superficie forestale bruciata ogni anno è aumentata di circa dieci volte, sottolinea una nota della UCLA, mentre quella interessata dagli incendi più devastanti è cresciuta di trenta volte.

I risultati mostrano inoltre che questa trasformazione “è stata particolarmente marcata nelle foreste con maggiore biomassa, a conferma del fatto che l’accumulo di materiale combustibile, dovuto alla prolungata esclusione del fuoco, amplifica la mortalità degli alberi”.

I dati più recenti sono altrettanto significativi. Secondo il bioclimatologo della UCLA e coautore dello studio Park Williams, il 2020 è stato l’anno in cui gli Stati Uniti occidentali hanno registrato la più vasta superficie forestale percorsa dal fuoco nella storia moderna. Il 2021 si è collocato subito dopo, risultando il secondo anno peggiore mai registrato. I dati del CalFire, il Dipartimento della California per la Protezione da Incendi e Selvicoltura, mostrano inoltre che l’ultimo decennio ha visto ben otto dei dieci incendi più estesi verificatisi nello Stato negli ultimi cento anni.

Per gestire meglio le foreste bisogna affrontare il cambiamento climatico

In questo contesto, sottolineano gli autori, emerge anzitutto la necessità di rafforzare gli interventi di gestione forestale attraverso il diradamento della vegetazione, la rimozione del sottobosco e un maggiore ricorso agli incendi prescritti, utili a ridurre il combustibile disponibile prima che si sviluppino grandi roghi incontrollati. Ma non basta. A rendere ancora più critico il quadro contribuisce infatti il cambiamento climatico: temperature più elevate e un’atmosfera sempre più secca aumentano il cosiddetto deficit di pressione di vapore, favorendo l’essiccamento della vegetazione e rendendo gli incendi più intensi e difficili da contenere.

Per quanto indispensabili, le misure di gestione diretta non saranno sufficienti se non verranno affrontate anche le cause climatiche del problema.

In assenza di un’azione su entrambi i fronti, i rischi appaiono evidenti. Il cambiamento descritto dalla ricerca, infatti, rappresenta un punto di svolta per gli ecosistemi forestali della California. “Questo cambiamento di regime indica che le aree forestali stanno bruciando sempre più spesso con livelli di intensità tali da rendere improbabile la loro sopravvivenza”, sottolinea lo studio, evidenziando come in questo contesto vaste aree di territorio potrebbero trasformarsi stabilmente in praterie o arbusteti. A ciò si aggiungerebbero le ripercussioni sulle attività economiche collegate – come il settore del legname, il turismo e la gestione delle risorse idriche – oltre agli impatti ambientali, tra cui l’aumento dell’inquinamento atmosferico e del rischio di alluvioni dopo gli incendi.